OCCHIALI COSTOLE-MONDOFUORI

Possedevo degli occhiali blu. Li avevo chiamati occhiali costole-mondofuori perché li mettevo sotto allo sterno e poi mi veniva da vomitare.

Certo, in quei momenti poi iniziavo a correre, tra le giostre, e cercavo una certa mantella gialla di plastica. Lei l’avevo chiamata la signora della pioggia e non cambiava mai. Sapevo solo che aveva il cappuccio tirato su in tutte le stagioni e non sudava. Stava ferma ad aspettare con le galosce verdi dalla punta stondata, da cui uscivano gambe nude e magre, subito coperte dall’impermeabile. Eppure non sapevo neanche che faccia avesse.

Quando correvo però calpestavo solo ghiaia bianca, cioè “brecciolino”, dove si cadeva con facilità. Non serviva quindi poi molto impegno per ritrovarsi con le ginocchia sanguinanti e il morso stretto d’orgoglio. “Non mi fa male, lasciami”. Succedeva anche alle giostre, c’era sempre un manto bianco che frenava il piede e lo tirava indietro. Poi luci, tanti colori, suoni. Calpestii sugli occhiali.
Sporgo le mani avanti ma è troppo tardi.

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Quando si è amati ci si sente visti e guardati, va bene stracciare le pareti e tirare giù a calci questa bestia di un sipario?

Mi vedi ora?

È arrivata l’ora di fare gli adulti, o almeno cercare intrattenersi in quella cosa che segue l’infanzia. Posso fare sesso e scherzarci sopra, firmare i documenti ed esibire una tessera elettorale, frenare la mano che ruba la panna dalla torta di Spiderman. Mia mamma mi ha pure regalato un peluche, qualche settimana fa. Io provo ancora paura quando penso che mi vuole bene.

Ma ora stiamo a ritroso a ricalcare i segni della vita, strizzarli nella vergogna e voltare lo sguardo. Carezzare le orecchie, grattarle, sporgere il viso dalla finestra. I cavalieri sono senza macchia e senza paura! I cavalieri non esistono proprio (che sbadata…. dimenticavo! La vita degli adulti).

L’altro giorno – poi – c’era quel tipo e mi abbracciava. Avevamo passato la notte insieme: lui mi avvolgeva il petto ed io mi aggrappavo ai suoi avambracci come alla ringhiera di una nave. Sentivo che ad ogni mia stretta si montava di tenerezza, rispondeva ed io credevo di stillare gratitudine da ogni centimetro di pelle. Mi ascoltavo chiedere: “Non mi lasci cadere?”

È sparito, come si sparisce di solito e non l’ho trovato neppure un fatto sgradevole. Ho guardato la mia stanza e ne ho odiato il disordine, ho controllato le mie mani per capire cosa farne. Mi sembrava tutto ingombrante.

Comunque il peluche di mia madre ha il tutù; ed è un maiale. Tutto rosa, tondo come un burrito. Fa compagnia ad un orsetto che mi accompagna da tutta la vita. Di recente l’ho buttato in lavatrice e la cosa lo ha trovato poco d’accordo, si è rovinato il cappello da notte. L’altro pomeriggio un mio amico lo strigliava e quello se ne stava lì a tremare convulsamente, come un agnellino sacrificale. Io l’ho guardato e ho riso, c’era Sade che cantava. Lui mi ha guardato e si è fermato. E allora io ho chiesto di ricominciare.

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