Un’enciclica sulla fede. Anzi, una lettera sulla luce della fede. Sul potere allumante che la fede esercita su chi la accoglie, la preserva, la fa propria. In latino suona così: Lumen fidei. È la luce che sorge dalla carne viva di Gesù, figlio di Dio, mandato in terra a dare testimonianza dell’amore infinito che il Creatore nutre per la sua Creatura, l’Uomo. Una testimonianza che è costata cara: sul Figlio sono gravati tutti i mali del mondo fino alla condanna a morte dichiarata in pubblica piazza. Il figlio di Dio viene umiliato e paga la testimonianza con la più brutale delle pene: la crocifissione. Ne segue che la fede non illumina solo a partire dal passato, dalla Tradizione che si trasmette di padre in figlio, ma promana anche dall’aldilà, dal futuro numinoso che ci attende. Dal Regno Celeste che apre le porte ai buoni di cuore. Fede è dunque anche memoria futuri.
Ma com’è possibile che il più progressista dei Papi abbia inaugurato la sua opera pontificia con una lettera incentrata sulla fede? Non è stato il Papa degli ultimi, degli oppressi, dei diritti negati, dei migranti, della pace, dell’ambiente? Il Papa troppo umano per discutere Dio, la fede, la religione?
Papa Francesco firma l’enciclica Lumen fidei il 29 giugno del 2013, appena qualche mese dopo la sua elezione a Successore di Pietro. Più che di Pietro, ci verrebbe da dire di Benedetto XVI, il papa che come Celestino V fece di viltade il gran rifiuto. Ed è proprio dal vuoto lasciato da papa Ratzinger che Jorge Mario Bergoglio principia il suo cammino, la sua azione, il suo Magistero. E lo fa nel migliore dei modi, cioè ricuperando e sviluppando il materiale e le riflessioni intorno al mistero della fede che avrebbero dovuto costituire verisimilmente l’ultima delle encicliche del predecessore. E infatti qui Bergoglio, a differenza di come poi si farà conoscere coi successivi scritti e proclami da piazza San Pietro, è più ratzingeriano che bergogliano. Più conservatore che progressista. Più teologo che politologo. Più attento ai credenti che ai migranti. Insomma, si cura delle faccende che riguardano più da vicino un Papa, vicario di Cristo in terra.
Che cos’è dunque la fede? E perché ad essa si ricollega il fenomeno della luce? Il Sommo Poeta condensa i due elementi in versi memorabili: «favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla». Cerchiamo di darne una definizione il più possibile comprensibile. La fede è in primis una virtù teologale, e non può prescindere un discorso intorno alla fede senza la menzione delle altre due virtù teologali: la speranza e la carità. Per Francesco tutte e tre definiscono «il dinamismo dell’esistenza cristiana verso la comunione piena con Dio». Qui però ci interessa la fede. L’etimologia è sempre una scorciatoia efficace; e perciò con fede intendiamo la fiducia accordata a un’Eccedenza che ci trascende. Un Qualcosa più grande di noi, cui ci affidiamo e di cui ci fidiamo. Anima e corpo. “E perché la fede sarebbe affidabile?”, potrebbe obiettare qualcuno. E qui veniamo al concetto di luce. La fede è l’esperienza di chi crede e, scrive Francesco, «chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada, perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta». Il vangelo di Giovanni delinea bene le ragioni della venuta di Gesù in terra. L’uomo era ottenebrato, errava nel peccato, non orientava le sue azioni al Bene: l’uomo, dice Francesco, era «bisognoso di luce». Doveva essere tratto fuori dal buio, cui la sola ragione non può rimediare: c’era bisogno di aprirsi alla parola dell’Altro che dopo aver mandato il Figlio carne e ossa a divulgare il Verbo ha infuso negli uomini smarriti speranza di salvezza. Spe salvi intitolò nel lontano 2007 Benedetto XVI la sua seconda enciclica. Salvi perché speriamo. In un progetto grande, salvifico ed eterno. La parabola di Dante insegna più di tutte le altre. Dalla selva oscura alla visione della luce più luminosa, la sola che ci attraverserà una volta salvati e redenti. Bisogna tornare a sperare che torneremo nel posto che abbiamo perduto ma che possiamo riacquistare se crediamo.
I detrattori di papa Francesco spesso gli rimproverano la noncuranza delle cose celesti e l’eccessiva immersione in quelle mondane. Tuttavia, chi urla al nichilismo annoverando fra i colpevoli il papa argentino dimentica la sua prima lezione, il suo primo scritto, il suo primo insegnamento. Impartito sia ai credenti sia alle persone che non credono ma godono di buona volontà e buonsenso. Francesco è rimasto inascoltato anche da chi seppur disgraziatamente lo ascoltava. E questo è ben peggiore del nichilismo che gli viene imputato. È ottenebramento della ragione, chiacchiericcio e malafede.
Torniamo ad ascoltare. Anche questo la fede ce lo insegna. Chiudiamo con una formula divenuta ormai classica di san Paolo. Fides ex auditu. La fede viene dall’ascolto. L’ascolto della Parola.
Ci manchi, Francesco.
