ANDREA MORETTI, L’ENNESIMA VITTIMA

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.” Indovina chi è? Nientemeno che il primo comma dell’articolo 1 della Costituzione italiana, alias Carta Straccia Nazionale.

“Rettor del cielo, io cheggio / che la pietà che Ti condusse in terra / Ti volga al Tuo dilecto almo paese.” Indovina chi è? Un poeta spinto alla commozione alla vista delle piaghe del suo paese che domanda soccorso a Dio. Un esempio atto a dimostrare che nella disperazione vi è chi attinge dalla componente divina che residua chissà dove nell’uomo. È dal disperato stato di disorientamento nella tenebra verso la speranza della luce che volge l’iter di Padre Dante e di ogni uomo. Nasciamo dall’humus occulto della madre solcato dal padre arator per poi aspirare alla luce e abbeverarcene.

Qui siamo di fronte all’iter inversum: un giovanissimo che dal cielo precipita a terra. Dalla luce al buio. Senza scampo. Morto sul colpo. La vicenda di Andrea Moretti ricorda da vicino mutatis mutandis quella di Icaro, figlio di Dedalo.

Ebbene, per quanto entrambi analogamente precipitino in volo e trovino prematuramente la morte, sussiste nondimeno una differenza di fondo: Andrea Moretti è figura tragica, mentre il figlio di Dedalo è un personaggio tendente al comico. Vediamo insieme perché.

Ora, da Icaro, Andrea Moretti si discosta perché il suo atroce destino non è la naturale conseguenza di un animo insuperbito, proteso al superamento di un limite prestabilito o ancora ossessionato dal desiderio odissiaco di raggiungere una meta proibita. Non ha ingaggiato una sfida con gli dèi. Non ha nei fatti commesso alcuna colpa meritevole di un intervento divino punitore. Ne segue che lo scollamento tra i due si fa più evidente: in una parola Andrea Moretti ipostatizza l’elemento che nel personaggio mitologico non viene a galla, quello cioè più propriamente tragico. Andrea Moretti è infatti vittima innocente di un anonimo sistema totalitario che di vittime ne miete in continuazione. È nell’insolubile contraddizione tra l’innocenza del ragazzo e la sorte che suo malgrado gli è toccata che sta la crisi senza sintesi propria della tragedia. L’inconcludenza è il porto a cui approda qualsiasi tentativo di spiegazione pur razionalmente elaborata. È questa la tragedia che presumibilmente strugge i genitori del ventiduenne che è volato giù dal Colosseo: sopravvivere da un lato a un figlio morto senza nemmeno un perché e sapere dall’altro che all’appello mancano dei colpevoli identificabili in carne e ossa. Per contro, nel mito che ha per protagonista Icaro c’è del grottesco: perché avesse salva la vita non gli sarebbe bastato che dare retta ai precetti paterni (vale a dire mantenere durante il volo una quota che fosse equidistante dalla terra e dal cielo). Bastava molto poco, insomma. Icaro, per dirla con una felice espressione di Carlo Mazzantini, si è andato a cercar la bella morte. Bella sì perché oggetto della sublimazione mitografica (altrimenti non staremmo nemmeno a parlarne), ma con l’amaro inconveniente che ora i posteri, pur nell’aura di grandezza che l’avvolge, ne ridono. Non c’è del resto niente di tragico né tantomeno di eroico in questa morte: non è un suicidio alla maniera degli stoici, un togliersi cioè la vita con solenne dignità per sfuggire alle grinfie del tiranno di turno, ma si tratta meramente di un condannare sé stessi a una morte al contempo goffa e violenta per nient’altro che un capriccio. Per una sciocchezza, una bravata da ragazzi. Era davvero così necessario appropinquarsi al Sole? Ecco perché riteniamo Icaro un personaggio da non prendere troppo sul serio mentre Andrea Moretti un esempio tragico, alla greca. I versi immortali di Ovidio hanno eternato il mito di Dedalo e Icaro; c’è da chiedersi chi si sobbarcherà il compito di tenere viva la memoria di Andrea Moretti e degli altri Icaro del nostro tempo.

Accantonata la dimensione sempiterna del mito, passiamo alla cronaca con una domanda: cosa diamine andava combinando Andrea Moretti in cima al Colosseo? Non stava facendo altro che dedicarsi con scrupolo al lavoro di rocciatore che aveva intrapreso per seguire le orme di suo padre, ex operaio ritiratosi, manco a dirlo, per infortunio. Il labor, ci insegna Virgilio, è sì improbus, ma non mortiferus. Pur nella sua crudezza, il lavoro dovrebbe omnia vincere un po’ come l’amore. E non essere latore di morte. Signore e signori, è cambiato il paradigma.

Nel registro degli indagati bisognerebbe iscrivere quei nebulosi burattinai impalpabili (i veri responsabili materiali delle cosiddette fatalità!) che animano la carneficina quotidiana assurta a sistema. Sono gli stessi artefici della Cappa (quella di cui parla Marcello Veneziani in un formidabile saggio, per intenderci) che hanno reso opprimente l’aria che veniamo respirando. Nessun tribunale li ha mai individuati: la giustizia non è di questo mondo.

E perciò anch’io, Rettore del cielo, ti richeggio!

Carlos Maria Perez Wilson
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