In una di queste notti -una di quelle che sicuramente sarà capitata a tutti, non neghiamolo- mi son trovato, alle 3 di notte, sul “balcone” permesso dalle stanze del Collegio, ad osservare l’incrocio tra Via delle Rosine e Via Principe Amedeo. Mi son ritrovato a commentarne l’assurda placidità del momento, il buio candore del cielo non trapunto di stelle che comunque facevano capolino per apparire, la poeticità del momento e del caso. Senza specificare le dinamiche esatte, in quell’occasione mi venne cosa naturale intonare (per quello che è possibile, dato che non sono un cantante) una delle più celebri canzoni della Grecìa: la Kalinifta. E’ un canto oscuro non per la difficoltà del suo testo, quanto per il fatto che è interamente in griko e perciò se non si conosce la lingua o il contenuto non si può capire il senso più intimo del momento e del brano. Ed è qui che il giorno dopo il mio cervello, ancora stanco per la notte appena passata, venne colto da un pensiero: io voglio far conoscere quello che per me, e magari per molti miei conterranei, è questo poetico canto che da quei nove comuni rimasti fedeli alla lingua Greca si è diffuso in tutta la provincia e di essa è diventato indelebile elemento culturale.
Prima di tutto conosciamo un poco di storia di questa canzone. Non è un componimento originariamente pensato per la musica, ma una poesia scritta quasi distrattamente da Vito Domenico Palumbo. Costui nacque nella città di Calimera, uno dei tuttora ultimi baluardi della grecità in Salento, ed oltre ad essere poeta fu grecista apprezzato anche all’estero. La Kalinifta perciò non è parte di un repertorio “storicissimo”, ma è un’esperienza relativamente recente: il Palumbo nacque nel 1854 e morì nel 1918, quindi la sua composizione è molto più vicina a noi rispetto ad altri canti della Grecìa. Peraltro il titolo originale non era neanche quello con cui è oggi conosciuta, ma “Matinata” (un genere di canzone assai diffuso nella regione stessa, da cui il componimento prende il nome).
Il contenuto non è peraltro “innovativo”, ma riprende quel tòpos letterario basato sulla serenata amorosa alla finestra e l’impossibilità di suggellare l’amore stesso a causa di un qualche impedimento (in questo caso l’indisponenza della donna). E’ un componimento che si articola, nella sua versione originale, in cinque strofe: notasi come manca nella versione primigenia e dell’autore il tipico ritornello che è stato aggiunto successivamente ed ha avuto grande seguito e fortuna (larilolarilolallero larilolarilolalà et similia per due a fine d’ogni strofa, alle volte con un’accelerazione delle strofe seguenti).
La prima strofa introduce il contesto del componimento: l’amato descrive la notte, momento di svolgimento della vicenda; il suo stato di insonnia dato dalla passione amorosa, il come della vicenda; la finestra dell’amata, luogo dove le vicissitudini prendono ad avvenire (peraltro da notare la natura del lemma per indicare la “finestra”, calco modificato dalle forme regionali), e il suo intento (tr. It. del mio cuore ti apro le pene). Quindi dalla prima strofa siamo capaci di inquadrare la vicenda, una situazione tipica che però è innovata dalla scelta di raccontarla in una lingua “di terza classe” (siamo in pieno panorama unitario del primo momento, se già le lingue romanze regionali maggiori erano screditate si può solo immaginare in che modo venissero percepite le lingue minoritarie): è una storia già sentita, una storia di tutti e che si sceglie, perciò, di raccontare a tutti nella lingua di tutti (il griko). E nella figura della donna il poeta vorrà forse mandare una dichiarazione d’amore alla sua terra natìa, alla lingua indigena, alle tradizioni locali? Non lo so, ma anche se non si volesse caricare di tanti significati, il testo è apprezzabilissimo: è una dolce e sentita dichiarazione d’amore che si può apprezzare e suscitare emozione anche senza che questa venga sovraccaricata di rimandi ed idee.
La seconda strofa descrive l’amore provato dall’innamorato: un amore costante, che si spiega nel semplice fatto di provare amore. Un sentimento che basta a se stesso, che non è basato su calcoli logici ma che semplicemente è e non può non essere. Gli ultimi due versi indicano l’ubiquità del sentimento, che non dipendono dallo stare vicino all’amata ma che sono tali sempre e comunque. In questa strofa, di soli quattro versi, si può percepire tutta l’essenza della canzone stessa: la persistenza, la tenacia, il volersi aprire, la sete di sentimento, la dedizione ad Amore (tr. It. e ovunque io andrò, vagherò, starò // nel cuore sempre te porterò).
La terza strofa è l’amara considerazione dell’amato: egli sa che il suo amore non è ricambiato- è cosciente della sua infelicità- e se ne strugge. Sa che il suo canto, per quanto puro, incontrerà un muro: la sua “bella” (che chiama così nonostante lui sappia che non è ricambiato) non ha mai speso verso di lui parole d’amore, né sincere né d’inganno. La donna non ha mai “avuto pietà” dell’amato, quasi ad indicare un’azione sacrilega che va contro una divinità. Neanche la pietà è concessa all’amato.
La quarta strofa è molto interessante: è infatti la meno cantata. Alle volte, e ciò frequentemente, capita di sentire versioni del canto che elidono questa parte. Tanto sconosciuta che pure io mi sono ricordato della sua esistenza, e di una versione cantata in cui è presente, solo a rileggerla. E’ però una delle più azzeccate al contesto notturno in cui mi sovvenne di canticchiare la Kali Nifta. Forse essa viene elusa per la sua potenza? Forse è troppo, davvero troppo azzeccata ed incuterebbe timore nel cuore degli ascoltatori della canzone? Potrebbero rivedersi troppo nel testo? Avrebbero paura? E’ una strofa in cui il cielo, la notte, le stelle diventano protagoniste: parlano tra di loro, stelle e luna, e ridono dell’amato. Anche loro, superiori osservatrici degli eventi umani (non a caso il tema della luna come scrutatrice assoluta è molto presente nella canzone Salentina ma in generale nella poesia), sono coscienti del dramma inutile dell’innamorato, ma lo osservano da una prospettiva superiore che induce in loro riso e scherno: non sono l’innamorato, non soffrono dell’amore non ricambiato, sono soltanto lì a godersi il loro “spot pubblicitario del film” (cit. all’avvocato del diavolo). Ma non solo, infatti infieriscono pure sul povero innamorato (tr. It. e ridono e mi dicono: al vento // butti le canzoni, sono perdute). E quella notte, definita “dolce” ad inizio componimento si rivela come un elemento negativo: ha indotto a riflettere l’amato, lo ha spinto a rivelare il suo amore, a confessarsi, a trovarsi di fronte alla realtà dei fatti ma anziché alleviarne le ferite, la notte inveisce.
La quinta, ed ultima, strofa rappresenta la chiusa finale di tutto questo componimento. E’ qui che troviamo la parte più celebre della canzone, che peraltro ha dato il nome moderno al componimento (kalinifta per l’appunto, ovvero buonanotte). L’amante, ormai posto dinanzi agli eventi, decide di fuggire via: ha compiuto la sua serenata, ha esposto il suo amore, è stato vessato e cerca di andare avanti. L’innamorato parte, abbandona la sua amata. Questa sembra non curarsene, dato che dorme (notare come l’amata dorma, implicitamente beata, mentre l’innamorato fin dal primo verso è insonne). Ma questa partenza non è un abbandono dell’innamoramento, il sentimento d’amore persiste: vediamo infatti il ripetersi degli ultimi due versi della seconda strofa, il fulcro del messaggio amoroso. E qui sta la struggente realizzazione: l’innamorato realizza la sua infelicità, comprende di non essere ricambiato, è sopraffatto da tutto e tutti, cerca di fuggire ma lui stesso realizza che anche se si potrà allontanare dalla sua innamorata egli la amerà lo stesso (come già detto dalla prima strofa l’amore è per sempre e dovunque).
Questo è quanto, un’analisi non filologica ma sentimentale di uno dei componimenti più importanti nel canzoniere Grecanico-Salentino. Non a caso è la canzone-simbolo della notte della Taranta, è la canzone finale che infatti vuole dare la “buonanotte” a tutti coloro i quali sono venuti a sentire il concerto. Si potrebbe dire davvero tanto, vorrei poter dire di più ma comprendo anche che alle volte il tanto può scadere facilmente nel troppo (e forse ci sono già caduto con tutti i calzoni). E perciò, in chiusura, non posso che parafrasare il The Truman Show: “e nel caso non ci rivedremo, kalimera, kalispera ce kalinifta”.
BUONANOTTE E FUGGO VIA: COMMENTO EMOZIONALE A UNA CANZONE SCONOSCIUTA
