CI VUOLE UN… NOME: PIU’ FIORI ED UN LEMMA

Durante le vacanze pasquali mi sono occupato di raccogliere piante per costruire un erbario da consegnare per un esame. E, direte voi, fin qui niente di strano: solo una persona che lavora per un buon voto all’università, che è quello che facciamo tutti qui e quindi niente di straordinario. Semplicemente però mi è venuta, nel mentre che raccoglievo fiori, un’idea delle mie: e se oltre al nome scientifico ed al nome comune non mettessi anche il nome in Salentino? Si, sono quei pensieri che tutti si fanno nella vita alla fine: perché siamo qui, qual è il nostro scopo nella vita, come si dice “papavero” in Salentino? Domande semplici, insomma. Ed è da questo pensiero che, mettendomi a cercare questi nomi con il metodo di “ma’, pa’, come lo chiamate questo?”, sono giunto ad un nome dei più curiosi: sucamèlu (accento d’obbligo sia per la corretta pronuncia sia perché siamo tutti malpensanti nel profondo). E vi domanderete voi (e se non lo avete fatto, mi spiace ma dovete starci): che vuol dire sucamèlu? Eh, bella domanda… Eh si, perché a questo nome nelle varietà di Salentino corrispondono più piante a seconda di chi è l’interlocutore, della sua provenienza a livello comunale. Per esempio da noi, nelle zone circostanti Gallipoli -non ci provo neanche a dirvi il comune vero, che altrimenti pensereste più a Bari ed oltre non elaboro-, il termine si riferisce all’acetosella gialla (ed anche su questo nome potremmo fare un panegirico, ma non indaghiamo). Fatto molto curioso perché questo nome, da delle ricerche molto blande che ho compiuto, sembra essere in comune anche col Siciliano (abbiamo interrogato dei nativi e non ci hanno dato riscontro positivo, ma diamo la colpa all’insipienza del termine che ad altro). E quindi siamo nella condizione per cui due regioni molto distanti anche se vicine pel panorama linguistico, Sicilia e Salento (quantomeno la costa Jonica esaminata), condividono lo stesso termine per la stessa pianta: yuppi! Ma se le cose fossero così facili non starei qui a parlarvene, perché che gusto c’è se non ci si complica la diamine di vita? Esatto, nessuno! E perciò bisogna evidenziare come a Scorrano (basso Salento del basso Salento) il termine sucamèlu vuol dire tutt’altra cosa: indica il salvione giallo (fatto curioso, questa pianta non è presente endemicamente in Piemonte). E se voi andate a vedere le foto di un salvione giallo e di un’acetosella gialla soltanto il colore hanno in comune, perché sono piante decisamente diverse. Ora, ma come diamine si è passati da una minuscola pianta invasiva ad un mostro che arriva anche a superare l’essere umano in altezza (perché si, i cespugli di salvione possono farlo)? Semplicemente per abitudini: il termine in sé indica una pianta dalla quale tradizionalmente si sugge il nettare zuccherino (sucamèlu si può adattare in Italiano come “succhia-miele”, chiedete agli amici linguisti come si è arrivati a questa parola). Non mi è mai capitato di farlo, rispetto per chi lo fa, ma io continuerò a comprare il miele dalla Lidl (chissà se sarà miele davvero quello). Ma ora arriviamo a Lecce, con il suo barocco incantevole e i suoi problemi col filobus (si stanno scannando ancora in consiglio comunale per questo, pensate a ciò quando vi lamentate della GTT): qui il termine vuol dire un’altra cosa ancora (e ti pareva). Infatti a Lecce provincia di Lecce il termine sucamèle indica ben due cose differenti, nella stessa città: la consolida e il gladiolo dei campi. Se almeno prima il colore giallo rimaneva una costante, qui addirittura se ne va e passiamo a piante di un’altra totale fattezza. Quindi, soltanto rimanendo nella stessa provincia (di Brindisi e Taranto non so, e perciò non mi esprimo), abbiamo quattro piante indicate con lo stesso nome. Abbiamo finito? Assolutamente no! Perché a quanto pare in Italiano col termine di succiamele si indicano le orobanche, che sono piante parassitarie dei campi e che in Salentino sono invece dette spurchia (sfortuna). Ora abbiamo finito, potete riposarvi. E ricordate: quando andate in Salento prestate attenzione all’accento. Perché da una genuina richiesta di un fiore potreste trovarvi ad ottenere tutt’altro (ma anche al contrario, anzi più probabile visto che d’estate la gente passa più tempo in discoteca che nei campi).

Andrea Calò
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