“DAMMI QUELLO CHE VOGLIO, TE NE SUPPLICO, PERCHE’ POI POSSA SPUTARTI IN FACCIA”[1] – FEMMINISMO E SABRINA CARPENTER


Di recente si è sollevato un imponente polverone mediatico che ha travolto la figura della pop-star e attrice Sabrina Carpenter. Si parla di un’artista ventiseienne che negli ultimi due anni ha collezionato successi da record, raggiungendo una fama planetaria con l’album “Short n’ sweet”. La sua carriera inizia molto prima, quando poco più che bambina recita nella serie di Disney Channel “Girls meet world” e, più avanti, in molti film per ragazzi. Forse anche a causa delle origini della sua carriera, così legate nell’immaginario collettivo a un contesto Disneyano e family friendly, il rebranding di Sabrina Carpenter ha lasciato sorpreso molto del suo pubblico.

Con l’album che l’ha consacrata tra le più grandi pop-star degli ultimi anni, la cantante ha lavorato a un’immagine di sé molto sessualizzata e ammiccante, basata su outfit succinti e su testi ricchi di doppi sensi o direttamente espliciti. E’ il caso della canzone “Juno”, in cui Carpenter canta “Wanna try out some freaky positions?” per poi, durante l’esibizione sui palchi internazionali, mettersi in una posizione sessuale di sua scelta chiedendo al pubblico “Have you ever tried this one?”.

Il fenomeno delle Juno poses è stato uno dei più seguiti dai fan durante il tour mondiale della cantante, conclusosi proprio quest’anno. Non sono certo mancate le critiche a una simile scelta di presenza estetica, da molti reputata volgare e in netta contrapposizione con il femminismo contemporaneo, che si batte contro la sessualizzazione femminile. La vera tempesta mediatica, però, è giunta con il post pubblicato sul profilo Instagram ufficiale della cantante l’11 giugno 2025, dove veniva annunciato il suo nuovo album, previsto per il 29 agosto. Le foto pubblicate sono due e mostrano rispettivamente Carpenter vestita con un abito corto e tacchi alti inginocchiata ai piedi di un uomo (il cui volto è tagliato dalla foto) che la tiene per i capelli, e l’immagine di un ciondolo che penzola dal collare di un cane, che riporta il titolo dell’album in uscita: “Man’s Best Friend”. E’ chiaro, dunque, che l’artista stia volutamente giocando con la sua posizione sottomessa nella prima foto, delineando un paragone implicito tra lei e un cane.

Il post è molto sessualizzante e non ha mancato di suscitare quello che è a tutti gli effetti uno scandalo. Nei commenti al post, tantissime donne hanno accusato Sabrina Carpenter di far regredire il femminismo e di contribuire alla sessualizzazione femminile che tanto si cerca di decostruire. L’opinione che più emerge è che la copertina dell’album sia degradante e per nulla “empowering” per l’artista, che si starebbe sottomettendo al gusto dello sguardo maschile.

Qualunque sia il proprio parere in merito a questo caso specifico, la risonanza che una simile scelta ha avuto è indice di quanto il rapporto tra sessualità e donne sia ancora percepito come estremamente problematico.

Nel guardare a simili immagini o, più in generale, a scelte estetiche di questo tipo, la priorità dovrebbe  sempre risiedere nell’individuare l’esistenza o meno del consenso. Una delle principali battaglie del femminismo intersezionale è proprio quella di garantire a tutt3 l3 individu3 la libera scelta sul proprio corpo e sulla propria sessualità, qualunque forma essa possa assumere. Ne deriva, dunque, che la sessualizzazione consensuale della propria persona rientra a pieno nei diritti di chiunque, in quanto rappresenta una scelta libera e autodeterminata sull’utilizzo della propria individualità.

Sabrina Carpenter ha prestato il proprio consenso nel posare per quelle foto (e probabilmente ha contribuito a dirigerne la regia), che sono perfettamente coerenti con il personaggio mediatico da lei costruito negli ultimi anni. E’ vero, sono sicuramente foto dalla forte carica erotica che emerge da un gioco di potere che vede la donna sottomessa, addirittura nel ruolo di “cagna”. Ma il problema vero qual è? Che gli uomini possano vedere Carpenter come un oggetto? Oppure che Carpenter stessa, in un momento circoscritto e a scopo anche e soprattutto di guadagno personale, abbia liberamente scelto di essere percepita come tale?

Non è l’oggettificazione delle donne a spaventarci, ma il fatto che a una donna questo possa piacere. Nel momento in cui diamo il nostro consenso (sempre revocabile) a venire sessualizzate, stiamo implicitamente minando il potere che gli uomini hanno sempre esercitato su tutte noi, trasformandoci in sante o puttane a seconda dei loro desideri. D’altronde, la sessualizzazione funziona solo se non è consensuale: se la subisci dovresti essere grata, ma se la vuoi sei una poco di buono.

La scelta di Sabrina Carpenter è perfettamente coerente con un modello femminista che vede nella sessualizzazione consensuale una scelta legittima, per nulla obbligatoria, ma possibile e rispettabile. Ed è esattamente qui che si colloca una delle linee di divisione interna al femminismo odierno. In moltissime, infatti, vedono non solo la possibilità di sessualizzarsi, ma anche il sex work in ogni sua forma, come scelte necessariamente oppressive e dannose per le donne che vi prendono parte. Il dibattito è aperto, naturalmente, ma personalmente mi schiero con chi vede ognuna di queste strade né come degradanti né come emancipatorie, ma semplicemente come ciò che alle donne è sempre stato privato: una scelta.

[1] Despentes V., King Kong Theory, Fandango Libri, Roma, 2019, p. 83.

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