Gli spoiler non piacciono a nessuno. Eppure, certe storie non ci stanchiamo mai di sentirle raccontare. Altre ancora iniziamo mettendo le mani avanti, dichiarando fin da subito la loro fine, anche se tragica. Romeo e Giulietta non nasconde il suo triste epilogo, ma anzi lo esplica fin dalle primissime righe; l’Iliade fa lo stesso, informando il pubblico fin da subito sulla violenza e drammaticità degli eventi che si andranno a raccontare. Tuttavia, davanti agli ultimi respiri di Giulietta o all’abbraccio tra Ettore e Andromaca, una lacrima può sfuggire a chiunque. Non importa che si sapesse già la fine, se una storia è ben raccontata si ha voglia di ascoltarla, di scriverla, o anche di viverla.
Il film Hamnet, diretto da Chloé Zhao e candidato agli Oscar come miglior film, incarna alla perfezione quanto appena detto. Non solo la storia tratta, seppur in maniera romanzata, vicende storiche realmente avvenute, ma fin dalla prima mezz’ora di proiezione il film racconta chiaramente quale sarà il suo finale. Il titolo stesso, Hamnet, rimanda al nome di uno dei tre figli di William Shakespeare, morto in età infantile e ispiratore della dramma teatrale Amleto (Hamlet in originale). La morte del bambino, inoltre, è collocata più o meno a metà film, e non costituisce dunque un momento di climax o di apicale drammaticità. Insomma, di certo non si arriva agli ultimi 15 minuti particolarmente sopresi. Di certo però si piange a fiumi.
Nonostante la trama di Hamnet tocchi temi molto dolorosi e profondi, non mi sento di definirlo un film triste. Al contrario, l’ultima mezz’ora di film riesce a trasmettere un senso di speranza tanto umana quanto commovente. Il perno sul quale si articola la narrazione è sì il racconto e l’elaborazione di un lutto tremendo e traumatico, ma la sofferenza viene risolta dalla catarsi che l’arte, e in generale la creatività umana, possono regalare a chi soffre. Shakespeare scriverà uno dei suoi drammi più riusciti e intramontabili proprio a partire dalla morte di suo figlio, e così facendo ne renderà il nome immortale, avrà costruito un luogo immaginario e fatto di parole dove poter dirgli addio all’infinito, come in vita non è riuscito a fare. Certo, si tratta di un sollievo parziale. Nulla può riportare in vita chi non c’è più e certe ferite sanguineranno sempre un po’. Ma nel realizzare qualcosa di potente a partire dal dolore, nello scegliere di raccontare e di pestare un palco, piuttosto che di tacere e di nascondere, risiede il senso dell’umanità stessa. C’è tanta vita nel dolore, persino nella morte.
Noi spettatori questo lo sapevamo già. Sapevamo che avremmo assistito a una sofferenza familiare atroce, a una morte ingiusta e inspiegabile. Eppure il film siamo andati a vederlo lo stesso, magari abbiamo pure pianto.
Come scrisse Jean Anhouil, nella sua rivisitazione in chiave contemporanea del dramma greco Antigone, “dans la tragédie on est tranquille” (“nella tragedia, si è tranquilli”). Il senso di questa frase emerge dalla distinzione che l’autore fa tra dramma e tragedia come forme narrative: nel primo caso, la sofferenza suscitata dalla storia risiede nella speranza che il pubblico nutre fino all’ultimo momento che le cose possano andare bene, che il finale possa risolversi in positivo. È la frustrazione di questa speranza che ferisce gli spettatori. Nella tragedia, invece, la destinazione dei personaggi è dichiaratamente immutabile; non c’è speranza alcuna, nessuna possibilità di un lieto fine. Si è più tranquilli, meno tesi, più rassegnati. Sappiamo come andrà a finire, ma va bene lo stesso.
Ho sempre trovato molto potente questo punto di vista. In un certo senso, e non sono certo la prima a dirlo, la vita umana è una tragedia tranquilla. Tutti dobbiamo morire, e lo impariamo abbastanza presto, ma tutti vogliamo godere di ciò che ogni giorno può offrirci, andare avanti il più possibile, raccontare la nostra storia pur sapendone l’epilogo. La morte ci fa paura, certo, e ci continuerà a far soffrire, ma non mette un punto definitivo né alla nostra voglia di vivere né alla nostra esistenza. Molti esseri umani vivranno tempi infinitamente più lunghi delle loro vite per via delle tracce che lasceranno nelle storie degli altri e ne saranno, parzialmente, immortalati. Sapere come andrà a finire cambia poco.
È proprio questo messaggio, questa sottile e dolorosa speranza, che mi ha fatto apprezzare così tanto Hamnet. Nella sua tragicità, è un film che ricorda a tutti quanta forza può essere trovata nel dolore e quanta salvezza la creazione artistica possa portare, quanto terapeutico sia il raccontare storie e quanto fondamentale sia il potere delle parole. Non è il primo film a farlo, e lo sa molto bene.
Dico così perché, in una delle scene finali più cariche di emotività, Chloé Zhao ha scelto di inserire una scelta di colonna sonora a dir poco geniale. Nel momento in cui si iniziano a tirare le fila della storia, mentre gli attriti tra i coniugi Shakespeare cominciano a spianarsi di fronte al sipario alzato sulla morte di loro figlio, le note di On the nature of daylight, composta da Max Richter e Lorenz Dangel cominciano a risuonare. La musica è triste e toccante ed è molto usata nelle rappresentazioni cinematografiche (è presente, ad esempio, in Shutter Island), ma a renderla perfetta per la scena è un dettaglio in più. On the nature of daylight gioca infatti un ruolo nascosto ma pregno di significato nel film Arrival, di Denis Villeneuve. La storia è lontanissima da Hamnet, trattandosi di un film di fantascienza basato sull’arrivo di una popolazione aliena sulla Terra, ma il messaggio dei due film è molto simile: anche Louise (interpretata da Amy Adams) scoprirà che pur sapendo come finirà la vita di sua figlia, avrà voglia di viverne ogni attimo insieme a lei; anche arrivando a percepire il tempo in maniera circolare, avrà voglia di correre in linea retta verso una triste fine. Perché ne vale la pena.
Non so se Chloé Zhao abbia scelto consapevolmente di strizzare l’occhio ad Arrival, ma trovo che le due storie abbiano analogie troppo evidenti per far pensare a una totale coincidenza. Qualunque sia la risposta, entrambi i film ci ricordano che forse, nonostante tutto, il nostro è ancora un mondo stupendo. Non importa che si sappia già la nostra fine, ne vale la pena.

