Ammetto di essere andata al cinema senza grandi aspettative su questo film, nutrendo le stesse remore che nutro verso i libri che appaiono primi nella classifica di La Repubblica o verso le serie tv che vengono pubblicizzate così tanto da diventare un must see più per poterne parlare con gli altri che non perché guardarle sia davvero imprescindibile. Ho visto Il Diavolo veste Prada 2 in versione originale al Greenwich Village, un po’ perché amo l’intimità raccolta delle piccole sale, le sedie eccessivamente basse e i foyer ristretti dei cinema d’essai, un po’ perché sono una di quelle persone che crede che il doppiaggio sia un’arte – così come lo è una buona traduzione di libri e raccolte poetiche – ma che, in fondo in fondo, l’originale abbia il pregio non tanto di veicolare esattamente ciò che regista o autrice vogliono davvero – questo può essere veicolato anche attraverso una buona traduzione o un abile doppiaggio – quanto di permetterti di immergerti in quel preciso ambiente, fatto di accenti, slang, giochi di parole che, inevitabilmente, in traduzione o doppiaggio vengono meno o, nella migliore delle ipotesi, devono essere rimaneggiati e spiegati. Sta di fatto che a spingermi fin lì è stata una giornata storta e una buona dose di pesantezza esistenziale, le quali però mi hanno permesso di vedere all’opera un cast che – dobbiamo dircelo – è fenomenale: Anna Hathaway ritorna nei panni di Andy con grazia e maggiore sicurezza, Stanley Tucci è il Nigel di cui ci siamo innamorate da subito – certo, un po’ invecchiato ma pur sempre il buon Nigel, seppur meno presente sullo schermo –, Maryl Streep è la Miranda che si mostra sempre ferma e autoritaria ma le cui fondamenta, ora, si stanno erodendo piano piano, lasciando apparire di fronte a lei un’ipotesi di declino ch’ella tenta di tenere ben lontana, ed infine Emily Blunt è la ben nota assistente di Miranda, ora CEO di un celebre brand di moda, anche se in lei continuiamo a scorgere i timori della vecchia Emily. Appaiono sulla scena anche tre nuovi assistenti che lavorano per Runway: Simone Ashley nei panni di Amari – forse qualcuno di voi la ricorderà per il suo ruolo in Sex Education, tra gli altri –, Helen Shen nel ruolo di Jin, e Caleb Hearon come Charlie[1]. Cercando di non fare spoiler, sullo schermo si intrecciano tematiche di vario genere, a partire dalla decadenza dell’editoria a favore di contenuti sempre più immediati, ovviamente digitali e brevi, e dello scacco sotto cui gli sponsor tengono le grandi testate, fino all’introduzione dei dibattiti attorno al body positive, per dirne uno. Online trovate diverse recensioni che parlano di questo (vedesi quella di Federica Salto, ma anche quella di Davide Turrini, per esempio) affiancate da recensioni più psicologizzanti (vedesi quella di Alice Politi), rispetto alla quale ultima nutro qualche perplessità: l’analisi mi pare infatti puntuale ed esaustiva, ma non sono sicura sia un bene andare sempre a leggere in chiave psicologica le nostre incertezze e paure. Voglio dire, chi di noi può affermare con certezza di non essersi mai sentita come uno di quei personaggi che vengono presentati sul grande schermo senza per questo dover essere etichettata come narcisista covert o quant’altro? L’etichetta ha il pregio di portare con sé il riconoscersi e l’essere riconosciuti, e quindi il poter anche lavorarci su; ma ha anche il difetto di incasellare, e di rischiare di vedere tutto sempre sotto la lente della diagnosi, del “c’è qualcosa che non va, che è sbagliato, a cui devo per forza rimediare” quando invece, entro certi limiti – e sottolineo questo “entro certi limiti”, anche perché nella psicoterapia e nella consulenza filosofica ci credo ed anzi, mi sto formando proprio come filosofa consulente –, può essere uno dei nostri tratti caratteriali, che ci contraddistinguono. Di fianco a questi punti di vista vorrei ora riportare ciò che ho colto io, e che ha a che fare un po’ con l’impatto del messaggio di aiuto del mondo dell’editoria soffocato dai nuovi ritmi e dall’IA, un po’ con i limiti dell’essere un film che vive di grandi sponsor, grandi collaborazioni, insomma… di tutto ciò che esso stesso denuncia per l’editoria. Ritengo sia importante portare questo dibattito sul grande schermo, sia perché sappiamo che sono in pochi a leggere nella nostra società, e quindi sono pochi a rendersi davvero conto di quello che sta accadendo, sia perché le persone abbonate ad una rivista o ad un quotidiano sono sempre meno. L’informazione è infatti non solo data per scontata, ma anche pretesa. E per quanto vi sia una quota di informazione che deve essere pubblica e diffusa gratuitamente, il lavoro dei giornalisti e degli scrittori ha una rilevanza che è giusto pagare: sono loro a dare quel taglio all’articolo o all’inchiesta o alla storia. Sono loro che sollevano proprio quelle domande. Sono loro che mettono in luce proprio quelle criticità. E questo lavoro deve essere rivendicato e considerato, insieme ad una presa di posizione nei confronti dello smantellamento delle redazioni e del loro ricompattamento sempre più frenetico e disumanizzante, votato al clickbait e alla comprensione immediata di un reale che diviene così triviale, tutt’altro che stratificato e problematico come invece è. D’altro canto, come dice anche Federica Salto, è tutto uno strizzare gli occhi agli sponsor del film medesimo, e sappiamo bene che denunciare rimanendo all’interno di un sistema è estremamente limitante, a meno che ad un certo punto da quel sistema non si esca. Cosa che Il Diavolo veste Prada 2 non fa. Un’altra nota che intendo sottolineare è quella che riguarda le ambientazioni. Sono spettacolari, non c’è che dire: il lago di Como è magnifico e lo è anche la galleria Vittorio Emanuele II di una Milano notturna e deserta. Eppure, di fianco alle tematiche del body positive e ad un certo riguardo per video e foto proposti da Runway e riportanti strade e quartieri tutt’altro che chic ci sarebbe stata bene qualche ripresa meno esagerata, che giocasse con il cast d’eccezione girando alcune riprese in luoghi meno noti e convenzionali, se non altro per spezzare un po’ il ritmo e proporre una diversa prospettiva. O forse no, forse è giusto che non sia accaduto. Perché, in fondo, come Miranda fa tanta fatica a parlare di body positive ed Emily non si rende conto che non tutti possono permettersi una borsa da 3000 dollari, chi sta così in alto da avere a che fare con Dior, Louis Vuitton, Valentino e altre case di moda non ha certo interesse a guardare criticamente verso altri spazi e luoghi del reale. Ed in fondo pure Andy, dopo la tanto decantata gavetta ed una buona dose di ore di sonno perse per il lavoro riesce ad acquistare un appartamento di lusso. Com’è che è infatti? Se vuoi puoi? Che implica che se non puoi è perché non vuoi. Ecco, questa è una di quelle cose che il film non spezza. E sono piuttosto reticente ad accettare che sia giusto così.
[1] Nella sua recensione al film, Federica Salto sottolinea la mancanza di foto di queste ultime tre acquisizioni da sole, senza interferenze da parte degli altri ben noti big citati sopra. Penso valga la pena di rifletterci.

