Nel giro di pochi anni, i Geese sono passati dall’essere una band liceale di Brooklyn a uno dei nomi più discussi del rock contemporaneo. Formatisi nel 2016, hanno attirato l’attenzione con Projector (2021) e consolidato la loro reputazione con 3D Country (2023) fino ad arrivare a Getting Killed (2025), il disco che li ha definitivamente proiettati al centro del dibattito musicale internazionale. Una crescita rapida, quasi violenta, che riflette perfettamente la loro musica: instabile, ambiziosa, incapace di fermarsi dentro una forma precisa.
Se Getting Killed è diventato un caso, molto dipende dal modo in cui è stato concepito e registrato. Lontano da qualsiasi perfezionismo da studio, il disco nasce in appena dieci giorni, durante sessioni massacranti di quattordici ore al giorno, in un contesto quasi apocalittico segnato dagli incendi in California. Non è solo un dettaglio narrativo: quella tensione ambientale sembra riflettersi direttamente nel suono del disco. I Geese arrivano con una ventina di demo incompleti e scelgono deliberatamente di finirli in studio, riscrivendo strutture e testi in tempo reale, spesso partendo da lunghe jam di mezz’ora costruite su pattern ripetitivi e ipnotici. Il risultato è un album che suona vivo, instabile, attraversato da una logica quasi jazzistica più che rock: i brani non sono mai del tutto “chiusi”, ma sembrano continuamente sul punto di trasformarsi o collassare.
In questo processo la figura del produttore Kenny Beats, scelta apparentemente anomala per una band rock, diventa centrale proprio per il suo approccio anti-perfezionista. L’idea di lasciare dentro gli errori, di non “ripulire” troppo il materiale, offre a Cameron Winter e alla band uno spazio creativo raro, dove l’imperfezione diventa linguaggio. È una filosofia che avvicina Getting Killed più a certi dischi costruiti sull’urgenza, da Kid A dei Radiohead fino alle derive più libere dei Black Midi, che alla tradizione indie più controllata.
Al centro di tutto resta però Cameron Winter, figura sempre più difficile da separare dal mito che lo circonda. Autore prolifico, quasi compulsivo (si parla di centinaia di bozze e canzoni accumulate) Winter incarna un’idea di frontman che sembra guardare tanto al passato quanto a una sensibilità pienamente contemporanea. Da un lato c’è il teatro: il gusto per la provocazione, l’ironia, la costruzione di un personaggio sfuggente e spesso volutamente contraddittorio. Dall’altro c’è una scrittura che, proprio in Getting Killed, diventa più esposta, meno filtrata, quasi confessionale, pur rimanendo immersa in immagini surreali e paradossali. La sua voce è forse l’elemento più divisivo: sgraziata, nervosa, spesso al limite della caricatura (e per questo spesso accostata per similitudine a quella di Dylan) ma dalla capacità di rimanere profondamente umana. Winter stesso ha dichiarato di preferire voci in cui “si sente la persona”, più che la perfezione tecnica: un approccio che lo avvicina tanto a figure come David Byrne quanto a certe derive più recenti del post-punk britannico. Nei momenti migliori del disco, la sua interpretazione sembra tenere insieme caos e intenzione, come se ogni crepa fosse parte integrante del progetto.
Le influenze dei Geese sono evidenti ma mai statiche. La band è stata spesso accostata a una linea newyorkese che va dai Television ai Parquet Courts, ma anche a nomi più recenti e sperimentali come Black Midi e Squid, fino a riferimenti più ampi come Radiohead, LCD Soundsystem o The Strokes. In Getting Killed, però, queste coordinate vengono continuamente deformate: il prog si mescola con il post-punk, il jazz-rock con il noise, in un processo di assimilazione che evita il semplice citazionismo; i Geese sembrano “divorare” l’intero canone rock per restituirlo in una forma nuova, irriconoscibile ma familiare allo stesso tempo.
Questo approccio li avvicina a una generazione di band che ha rimesso in discussione il linguaggio del rock, dai già citati Black Midi fino a progetti più ibridi, ma con una differenza fondamentale: i Geese mantengono un senso melodico e performativo che li rende accessibili anche quando la struttura si disgrega. È forse qui che si gioca il loro equilibrio più interessante, tra ambizione sperimentale e istinto pop. La reazione del pubblico riflette questa ambiguità. Da un lato, entusiasmo quasi unanime da parte della critica e una consacrazione immediata, con il disco inserito tra i migliori dell’anno e celebrato come una possibile rinascita del rock. Dall’altro, una parte di ascoltatori percepisce un eccesso di costruzione, un hype sproporzionato rispetto alla reale portata del progetto. Un dubbio alimentato anche dal ruolo dell’infrastruttura digitale: campagne virali, meme, discussioni continue che hanno trasformato i Geese in un fenomeno narrativo oltre che musicale, fino alle polemiche su strategie di marketing capaci di amplificare artificialmente il buzz online.
Eppure, proprio questa tensione tra autenticità e costruzione sembra essere il cuore del progetto. Dal vivo, ogni sospetto tende a dissolversi: le performance recenti mostrano una band capace di trasformare la complessità del disco in energia immediata, con Winter che agisce come catalizzatore imprevedibile, tra teatralità e vulnerabilità.
Getting Killed diventa così qualcosa di più di un semplice album: è un punto di frizione tra modi diversi di intendere il rock oggi. Da una parte, il desiderio di spontaneità e verità; dall’altra, la consapevolezza che ogni fenomeno contemporaneo passa inevitabilmente attraverso costruzioni narrative e algoritmi. I Geese, e soprattutto Cameron Winter, abitano esattamente in questo spazio ambiguo; ed è forse proprio lì che la loro musica trova la sua forma più autentica.
