JENNY HOLZER: ARTE, LINGUAGGIO E DENUNCIA

“L’idea diventa una macchina che fa l’arte”.

A dirlo fu Sol LeWitt nel 1967 tra le pagine del suo saggio “Paragraphs on Conceptual Arts”. La sua affermazione può essere considerata un riassunto estremamente conciso di che cosa sia l’arte concettuale: per questa corrente, infatti, il progetto o il pensiero che porta alla creazione di un manufatto vale più dell’opera stessa.

L’arte concettuale ha preso forma negli anni Settanta, un’epoca segnata dall’affermazione della cultura di massa che si esprime attraverso le immagini e gli slogan, ma affonda le proprie radici nel ready-made duchampiano. Il legame tra rappresentazione e testo è rintracciabile proprio nelle opere concettuali dove la pratica artistica diventa quasi un pretesto per aprire una riflessione sul potere intrinseco delle parole.

Questa corrente non si esaurisce, però, nel connubio tra arte e linguaggio, ma può considerarsi la “madre” di molte espressioni artistiche contemporanee come l’arte minimale, la video arte e l’arte relazionale.

L’artista che ha fatto del linguaggio il proprio medium artistico prediletto è Jenny Holzer che dagli anni Settanta  propone testi di vario tipo per riflettere sulle nostre esperienze di vita, sulla contemporaneità e sulle crisi globali. Utilizzando mezzi di comunicazione standard, come possono essere i grandi cartelloni pubblicitari, che nel suo caso diventano tele riempite di parole, Holzer trasforma la pubblicità in uno strumento di denuncia e riflessione.

Con le sue serie come i “Truism”, brevi affermazioni che ironizzano ed esasperano le verità ovvie dell’esistenza umana e della società, Holzer mette al centro della propria pratica la volontà di trasmettere un messaggio in modo sincero e trasparente. In questo senso, il suo lavoro può essere accostato al “guerrilla marketing”. Riprendendo quanto affermato da J.C. Levinson, teorico di questa strategia pubblicitaria, Holzer sfrutta mezzi low-cost, puntando tutto sull’originalità e sull’effetto sorpresa. La logica del marketing diventa così uno strumento non per monetizzare, bensì per far riflettere chi si trova davanti ad una sua installazione. Non a caso, le sue opere assumono spesso le sembianze di vere e proprie campagne di denuncia, come nel caso di “Lustmord” (il titolo di questa serie, tradotto dal tedesco, significa “delitto a sfondo sessuale”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Lustmords” comparve per la prima volta sul quotidiano tedesco “Süddeutsche Zeitung” nel novembre del 1993, quando la guerra in Bosnia ed Erzegovina era ancora in atto. Questa serie nacque, infatti, dalla volontà della Holzer di denunciare il ricorso allo stupro di massa come arma di guerra e che, nel conflitto serbo, vide coinvolte decine di migliaia di vittime.

Jenny Holzer decise di ricorrere al corpo umano come supporto artistico, la pelle divenne quindi una sorta di tela vivente su cui vennero apposte delle frasi presentate da tre prospettive diverse; a parlare metaforicamente sono infatti: la vittima, il carnefice e l’osservatore.

La scelta più riuscita di questa serie, spesso riprodotta in fotografia, risiede nell’aver mescolato voci narranti differenti. Il pubblico è, quindi, costretto ad uno sforzo interpretativo poiché riconoscere l’autore di ogni frase non è sempre immediato. Davanti a certe affermazioni, lo spettatore si rende infatti conto di quanto sia immerso in una cultura dello stupro che normalizza e minimizza la violenza sessuale.

A mio avviso è proprio questa la forza dell’artista Jenny Holzer: esporre le verità scomode senza filtri, costringendo chi osserva a confrontarsi con una realtà che preferirebbe ignorare. Inoltre, il ricorso al corpo umano come supporto artistico è una scelta meditata, poiché la pelle si ritrova a rivestire il duplice ruolo di vittima e testimone, mentre le scritte diventano ferite metaforiche, evidenti agli occhi di ognuno di noi.

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