Valgano i versi desunti dalle Supplici eschilee come viatico per l’umile saggio che avete innanzi: “C’è bisogno di un pensiero profondo, / salvifico, che s’immerga nell’abisso / come un tuffatore dallo sguardo limpido, / sgombro dall’ebrezza del vino…”
Le asprezze e le contraddizioni dell’oggi impongono una riflessione. Una riflessione che miri alla formulazione di nuovi modi di pensare. Di intendere e di intendersi. Nuovi modi di concepire noi e il mondo. Urge un pensiero visionario, cosmico e fondativo. Che vinca la corruzione del tempo e superi la smisuratezza dello spazio. Un pensiero fondato sul principio che anima l’Uomo e il Cosmo. Ci riferiamo a ciò che i Greci chiamavano Ἔρως. Con i Latini si passò all’Amor. I Cristiani optarono per la nobiltà dell’espressione Caritas.
Con non poca temerarietà addentriamoci nell’Amore. Che cosa non sottostà allo scorrere e al naufragare dei tempi? Cosa vi resiste sfuggendo all’annientamento? È Amore. Causa e scopo dell’universo. È amore ciò da cui principia il mondo e ciò cui tutto tende. Amore è primo motore immobile e meta del progetto divino. Il passaggio dal χάος al κόσμος fu opera di Amore. Amore ha un autore invisibile e un attore visibile: Dio e la Provvidenza. Servire Amore implica dunque rimettersi a Dio e ammirarne il disegno provvidenziale. Suo vicario in terra è la Grazia, che rapisce il cuore di chi non ne tiene serrate le porte. Di chi scommette per fede sulla sua azione misericordiosa. Fa capolino una triade: Amore, Grazia e Fede. L’Amore delizia i corpi, la Grazia irrora il cuore e la Fede sublima l’anima.
Che la forza dirompente di Amore debba essere tratta alla luce, la Chiesa pare averne preso coscienza: papa Francesco abbandona la vita terrena con una lettera enciclica, Dilexit nos, incentrata sull’amore di Cristo e in Cristo; papa Leone XIV inaugura la sua opera pastorale con una adhortatio apostolica, Dilexi te, in cui l’amore caritatevole riservato ai poveri viene posto alla base dell’esperienza cristiana.
A simili considerazioni approda da sponde diverse un papa laico, teosofo conservatore e fondatore di una nuova religione civile: ci riferiamo a Marcello Veneziani, autore del saggio che ha ispirato queste righe (M. Veneziani, L’amore necessario. La forza che muove il mondo, Marsilio, 2023). Veneziani individua nove forme, in successione graduale, di Amore: Amor di vita, Per amor tuo, Amor familiare, Amor di sapienza, Amor patrio, Amor mundi, Amor fati, Amor di Dio e Amor di verità. A ciascuno è dedicato un capitolo; qui ci avventureremo con umiltà in un riepilogo riassuntivo ed esplicativo di ciascuna voce.
Amor di vita. Qui Marcello Veneziani è impareggiabile, sicché conviene citarne pedissequamente le parole. Cos’è dunque amor di vita? È “impazienza della luce”. Si tratta di quel desiderio incoercibile di accedere fin dal primo risveglio alla luce del Sole. È il desiderio di riaprirsi alla luce della vita dopo avere attraversato il buio della notte. Se il sole è obnubilato, tale desiderio è frustrato; quando il sole splende, ammonisce Veneziani, occorre “bere il sole, a sorsi di luce”.
Per amor tuo. La prova che ogni amore è diretto verso l’Altro da sé sta nell’esperienza del rapporto madre-figlio. In principio fummo immersi nel liquido amniotico; uscimmo dal ventre e ci recisero il cordone ombelicale ma poi ci riversammo affamati nel seno materno; fummo allattati e nutriti: la madre ci diede senza ambiguità la forza per spiegare le ali e prendere il folle volo…
Amor familiare. La famiglia è il sulcus primigenius donde ha origine la societas. È l’istituzione sacra su cui sono imperniati i consessi umani. La famiglia è patrimonio e matrimonio: condivisione dei beni derivanti dal pater e sacralità dell’unione sancita dalla mater. In essa regna l’amore nella sua forma divina: amore gratuito, amore che nel suo donarsi non pretende nulla in cambio. In famiglia l’amore non trae nulla di guadagnato; esso è sempre a perdere, o nella peggiore delle ipotesi l’amore può essere ripagato soltanto da altrettanto amore. In famiglia l’amore si paga dunque con amore. La famiglia è depositaria delle tradizioni: culinarie, rituali, cultuali, generazionali. La famiglia mette in comune le generazioni: la tradizione intergenerazionale fa sì che nulla perisca, bensì sopravviva nel vivido esercizio della memoria che abbraccia chi c’è stato, chi c’è e financo chi ci sarà.
Amor di sapienza. In questo caso non si ama qualcuno. Si ama qualcosa. Ad essere amata è una disposizione dell’anima, del cuore e della mente. Allorché queste tre parti interagiscono, si è di fronte a quello che Vito Mancuso ha indicato essere “lo stato più felice a cui l’esistenza di un essere umano può giungere”: vale a dire la “mente innamorata”. Amor di sapienza ha un sinonimo greco ben più ragguardevole: Filosofia. Amare la sapienza è in primis filosofare. Ne segue che l’amante del sapere è il filosofo. Orbene, che significa propriamente amare la sapienza? Significa amare ciò che ha un sapore speciale, e per ciò stesso si è portati a cibarsene. Ma senza strafogarsi: la sapienza va assaggiata, assaporata, mangiata e digerita in piccole quantità. Poco alla volta. La ricompensa sarà grande.
Amor patrio. L’amor patrio è il sentimento dell’appartenenza. A un Suolo, una Terra, una Cultura, una Nazione, un Popolo, una Storia, un Destino Comune. Amor patrio è vincolo di sangue con la Patria. Patria tuttavia non basta: contempla infatti solo il padre, migliore ci risulta invece l’espressione onnicomprensiva Madrepatria. Amor patrio è ancora l’amore per una Madrepatria che non c’è o che comunque è di là da venire. Amor patrio è dunque fede nell’avvenire glorioso della terra che ci ha dato i natali.
Amor mundi. Amor mundi è l’esatto contrario del contemptus mundi. Perché signoreggia il disprezzo del mondo? Riteniamo che una delle ragioni consista nell’errata concezione della Natura quale matrigna. Se la Natura è matrigna, il figlio si fa figliastro vendicativo: di qui la tentazione del matricidio. Natura è madre, in una parola: Madrenatura. È l’artefatto del suo artifex, Iddio. Dio concedente, sua cura e tutela spettano all’Uomo, il faber prediletto. Dio artifex, Natura mater, uomo faber.
Amor fati. Amor fati significa accettare di buon grado il destino che ci è stato assegnato. Un destino che preesiste alla nostra volontà, ai nostri desideri, alle nostre scelte. Un destino che precede la nostra venuta, la nostra nascita e il nostro incedere nel mondo. Esso ci lega indissolubilmente a un’Origine, una Famiglia, una Patria, una Tradizione, una Cultura, una Lingua. E ci porta drammaticamente a fare i conti con il suo esito fatale: l’indifferente della Morte. Siamo nati e votati alla Morte. Eppure le connessioni che il destino ci destina ci ricordano che siamo inseriti in un mirabile intreccio di eventi che furono, sono e saranno. Un intreccio che non è né causale né casuale. È prescelto, prestabilito e precostituito. La Morte non è nulla se qualcosa di noi resta imperituro. Se la nostra testimonianza trova accoglienza in un testimone. Se il testimone intercederà per noi presso i posteri. Il passaggio del testimone avviene precipuamente entro le mura domestiche e scolastiche: i padri ereditarono dai nonni e i figli dai padri, i maestri dai sapienti e i discepoli dai maestri. Persino la Morte è un’eredità. Ad essa tuttavia resiste l’amor fati.
Amor di Dio. Amor di Dio è amore del Padre. Del Padre nostro che è nei cieli. Da Lui siamo dipartiti dopo il peccato originale e con Lui abbiamo desiderio di ricongiungerci per non desiderare più nient’altro. Vogliamo che il Suo regno venga tra noi, l’attesa del Giudizio Universale è ansiogena e faticosa. Già una volta è venuto tra noi: con le spoglie del Figlio, consustanziale al Padre. E sulla base della testimonianza abbiamo fugato ogni dubbio intorno al mistero di Dio. Si è palesato, ha parlato, ha agito, ha promesso e si è immolato sulla croce. Di lì innanzi non siamo più stati soli. Non verremo abbandonati alla tentazione. Ci libererà dal male. Amen.
Amor di verità. Amore di verità è amore metafisico. È Amore dell’Essere in contrapposizione alla blandizie ammaliatrice del non-essere. La Verità non la possediamo, non la tocchiamo e non la sfioriamo. La Verità alberga altrove, non qua ma nell’Aldilà, non è di questa Terra ma di un altro Regno. Questo mondo non ne è che la prefigurazione, e noi non siamo che la figura di ciò che saremo. L’uomo è umbra futurorum. Saremo più veri dopo l’estremo congedo, graverà su di noi l’onta dei peccati commessi e saremo circonfusi del bene compiuto. Alla Verità tendiamo, la ricerchiamo, la invochiamo, la preghiamo: come i vizi tentano il corpo, così la Verità tenta e insidia l’anima.
Il commiato lo suggellano i versi conclusivi del poema sacro: “A l’alta fantasia qui mancò possa; / ma già volgeva il mio disio e ’l velle, / sì come rota ch’igualmente è mossa, / l’amor che move il sole e l’altre stelle”.
