L’Italia è un paese estremamente variegato, è risaputo. Si passa con grande facilità da contesti di forte urbanizzazione, con metropoli come Roma, Milano, Napoli e Torino, fino alle realtà costiere o a quelle di montagna. Proprio queste ultime costituiscono una parte importante del nostro territorio nazionale: si pensi alla presenza, da est a ovest, dell’arco alpino e della catena appenninica che corre dal centro-nord fino al profondo sud, con tutta una serie di borghi o cittadine che, nell’insieme, sono abitati da una parte non proprio irrilevante della popolazione nazionale.
Infatti sono state zone che nel corso del tempo sono state oggetto di legislazioni ad hoc, in primis la legge sulla montagna del 1952 che (visti anche i fervori e le rivendicazioni politiche provenienti dalla classe contadina di questi luoghi) ha introdotto misure volte a garantire vantaggi economici. Poi le montagne si sono spopolate a causa dell’emigrazione e dell’industrializzazione delle città, e molti di questi borghi delle zone alpine, ma soprattutto di quelle appenniniche, si trovano oggi a forte rischio di spopolamento (se non sono già spopolati).
Sono poi spesso borghi dall’enorme valore paesaggistico o artistico, o comunque luoghi che, in potenza, potrebbero garantire standard qualitativi di vita elevati. È scorretto, in tal senso, pensare che una loro valorizzazione possa venire solo dal turismo, soprattutto se poi si viene a creare un fenomeno di overtourism che già colpisce città d’arte e note località alpine. La soluzione sarebbe data da massicci investimenti nella sanità pubblica (larga parte delle persone che vivono in questi borghi sono anziani), nel trasporto pubblico, nella rete internet, oltre che da agevolazioni per chi vi si trasferisce o decide di restare. Tutto ciò sarebbe utile per tutelare un patrimonio storico, culturale e anche artistico del paese che rischia seriamente l’abbandono. E sono spesso territori fragili, ad alto rischio idrogeologico o soggetti ad eventi sismici catastrofici (si pensi alla valle del Tronto, alla Valnerina e ad Amatrice, colpite dal sisma del 2016)
Come ci stiamo muovendo a tal proposito? Abbastanza male, mi verrebbe da dire. Autore della nuova legge sulla montagna del settembre 2025 è infatti il ministro per le Autonomie Roberto Calderoli (già noto autore di una legge elettorale dichiarata incostituzionale e nota a tutti, non a caso, come “Porcellum”). La legge in questione introduce dei parametri per considerare un comune come “montano”, e da questo dipende l’accesso ai fondi. Il problema? Moltissimi dei centri che ora sono considerati montani, con la nuova classificazione non lo sarebbero più. Si tratta, guarda caso, soprattutto di centri della dorsale appenninica, riflettendo così una forma di discriminazione tra territori del nord e del sud alla quale Calderoli (da esponente della vecchia Lega Nord) non è mai stato estraneo. I criteri individuati dal ministero per le Autonomie regionali stabiliscono che «un comune è considerato montano se, escluse superfici come laghi e lagune, almeno il 25 per cento del territorio si trova sopra i 600 metri di quota e almeno il 30 per cento della superficie ha una pendenza superiore al 20 per cento. In alternativa, basta che l’altitudine media complessiva superi i 500 metri. Infine, è considerato montano anche un comune “intercluso”, cioè circondato solo da altri comuni già classificati come montani, se ha un’altitudine media pari o superiore ai 300 metri» (Le contraddizioni della riforma Calderoli sulla montagna, Pagella politica, 14 gennaio 2026)
Dunque si tratta di metodi estremamente rigidi, che considerano un aspetto puramente geografico senza tenere conto di quello socioeconomico, viste anche le condizioni difficili, come già accennato prima, che si trovano ad affrontare questi borghi in via di spopolamento.
Proprio i borghi appenninici vivono la situazione di urgenza più grave, che richiederebbe un intervento immediato per la loro tutela. Eppure, secondo questi criteri puramente geografici, ad esserne avvantaggiate sarebbero regioni come Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta che, per quanto risentano del problema anch’esse, ne sono soggette in maniera nettamente minore rispetto a regioni come Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia, solo per citarne alcune.
Si tratta di regioni povere, che spesso e volentieri non hanno le risorse necessarie per garantire neanche i servizi essenziali, figurarsi il sostegno per valorizzare i territori montani (cosa che magari il Trentino riesce a fare, visto anche la recente iniziativa di garantire 100.000 euro in incentivi per i giovani che si trasferiscono in 32 borghi della provincia autonoma).
Paesi come Cortina d’Ampezzo potrebbero beneficiare di ciò, mentre non potrebbero farlo numerose altre località sparse tra nord e soprattutto sud, per cui quei soldi rappresenterebbero una vera speranza di sopravvivenza.
Ma siamo alle solite ovviamente: chi ha soldi ne vuole sempre di più, chi non ne ha sprofonda sempre di più nell’abbandono e nell’indifferenza, e tutto questo con l’appoggio governativo.

