Chi non ha mai sentito parlare del papavero? Tutti nella nostra vita lo abbiamo sentito nominare, questo piccolo fiore rossastro della famiglia delle Papaveraceae. E’ un fiore che magari non abbiamo frequente modo di incontrare, ma che ha saputo ricavarsi il suo spazio nella memoria collettiva. Questo minuscolo stelo con petali leggeri ha saputo condurre, nel suo piccolo, il sottile filo della storia fino ai nostri giorni.
Per i molti sarà associato all’oppio, quel “poison de rêve” che annebbiava ed illuminava la mente dei maggiori poeti decadentisi del secolo scorso: una risorsa ed una maledizione allo stesso tempo, un modo che ha l’uomo di soddisfare il suo anelito all’infinito (parafrasando Charles Baudelaire). E come non pensare, quindi, a chi ha reso famosa questa bevanda nel mondo? Come non ricordare gli Olandesi, padroni dei mari e delle rotte commerciali per gran parte del secolo XVII? Se la pianta del papavero, con tutto il suo alone mistico ed affascinante, è arrivata ad essere conosciuta è sicuramente merito di quei commercianti che, a bordo delle navi della Compagnia delle Indie Orientali, hanno esportato il prodotto in ogni angolo del mondo. Ed il termine “mondo” in questo caso non è da utilizzare in un’ottica eurocentrica, è proprio così: tutto il globo conosceva l’oppio, o lo ebbe a conoscere per tramite dei mercanti dei Paesi Bassi. E così questo derivato del Papaver somniferum divenne un simbolo innegabile del commercio, del trasumanare, del “paradis artificiel”: un intruglio muto che segnalava il vizio umano, il desiderio di fuga e l’anelito ad un mondo oltre il terreno, un sogno onirico che diveniva realtà attraverso una nube di fumo.
Ma il papavero divenne altro: divenne simbolo della guerra. Pensate: ben due guerre combattute a causa dell’oppio in Cina. Quella pianta che era stata capace di far fuggire gli uomini dalle loro angosce quotidiane ora li rispediva alla loro più grande ansia e timore: la morte. E poi si unì l’ironico destino, che aveva in serbo per il mondo una triste coincidenza: in quelle terre, le Fiandre, così floride per il commercio del papavero, fece galoppare la Morte su di un nero destriero negli anni 1914-18 per una guerra. Dove è iniziata la nostra storia, una favola di ricchezza e fama, essa si va a chiudere, in uno scenario rosso ma non per i petali di papavero. Ed è lì, nelle Fiandre, che nel 1915 un tenente colonnello, John McCrae (che avrebbe trovato la morte non lontano da lì, presso Calais tre anni dopo), scrisse, osservando come la pianta di papavero (Papaver rhoeas), nonostante la morte dei commilitoni, continuasse a fiorire”In Flanders field”. Ancora una volta la stessa pianta, ancora una volta la guerra, ancora una volta la poesia. Ed ecco risorgere il mito di questo fiore. L’uomo, però, quasi in un intento di purificazione, non volle più associare il papavero all’oppio, quel nettare dell’oblio, ma al ricordo persistente: ed ecco che i poppies divennero il segno distintivo dei Remembrance day, nei quali si ricordano i caduti della I Guerra Mondiale nei paesi anglosassoni.
Anche noi Italiani abbiamo avuto la nostra tradizione pacifista coi papaveri: magari De Gregori quando chiedeva di “mettere dei fiori” nei cannoni si riferiva al papavero, e De Andrè nello scegliere la tomba eterna di Piero volle citare gli eventi bellici che gli erano stati dietro.
E cosa resta oggi del papavero? Per molti, una pagina dei libri di storia oppure una delle tante specie che si possono comprare dal fioraio. Ma per me è anche qualcosa di più: è il ricordo d’infanzia. E’ mia nonna che mi racconta che usava fare infusi di papavero per rilassarsi, è mia madre che mi portava con sè quando andava a caccia di questa pianta per cucinarla e mangiarla, sono io che osservo affascinato i campi sterminati sopra il colle vicino a dove andavo per arrivare al mare.
Una pianta, ma molti ricordi.
LA MEMORIA DEI PAPAVERI
