In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, vorrei raccontare com’era vista la donna nel mondo antico a partire dalla letteratura classica. Così facendo, infatti, è possibile notare che alcuni luoghi comuni conosciuti ancora oggi sulle donne sono stati ereditati da una società misogina come quella greca. In particolare, esiste un testo antico che raccoglie gran parte dei pregiudizi degli uomini sulle donne: si può dire che sia il manifesto misogino del mondo greco.
“Giambo contro le donne“
L’autore di questo testo è Semonide di Amorgo (VII a.C.). Bisogna ribadire che la visione negativa sulle donne nella letteratura ci viene data nella maggior parte dei casi da scrittori uomini, con qualche eccezione. Questo componimento ha una struttura catalogica, dove l’autore descrive ogni tipo di donna che Zeus ha creato, paragonandola ad un animale che abbia le stesse caratteristiche. Tra i primi paragoni troviamo la donna-scrofa:
La sua casa è una lordura, un caos, la roba rotola per terra. Lei non si lava; veste panni sozzi e stravaccata nel letame ingrassa.
Questa prima tipologia femminile corrisponde allo stereotipo della donna che lascia la casa in disordine e non si occupa delle faccende domestiche: non si cura nemmeno del proprio corpo.
Segue poi la donna-volpe:
È quella che sa tutto; non c’è male né bene che le sfugga. Dice, sì, bene al bene e male al male, ma s’adegua agli eventi e trasmuta.
Questa tipologia femminile corrisponde allo stereotipo della donna astuta, che non si capisce mai cosa pensi e agisce secondo imprevedibili cambiamenti d’umore.
Successivamente troviamo la donna-cagna:
Curiosa di sentire e di sapere, vagola, perlustra; anche se non c’è un’anima, si sgola, e non la calmi né con le minacce, né se s’arrabbi e le fracassi i denti con un sasso, né a furia di blandizie, neppure stando in casa d’altri: insiste quell’eterno latrato senza scopo.
Questa terza tipologia corrisponde allo stereotipo della donna sfacciata, mai zitta e curiosa, dando così fastidio all’uomo, che, né con le botte né con le parole né con le lusinghe, riesce a contenerla. In altri contesti, la cagna è lo stereotipo della donna di “facili costumi”, come vengono chiamate Elena (Iliade, III, 180) ed Afrodite (Odissea, VIII, 319).
Poi c’è la donna-terra:
Minorata, non ha idea né di bene né di male. Una cosa la sa: mangiare. E basta.
In contrapposizione alla figura della donna-volpe, questa tipologia femminile corrisponde allo stereotipo della donna inutile, che affianca l’uomo e non è altro che un peso. La donna terrestre riprende la figura della Pandora esiodea, a cui però è stata donata una mente di cagna e un’indole scaltra. Un altro esempio tardo di donna terrestre è Eva: le due figure, create da Dio in entrambe le religioni pagana ed ebraica, sono causa di male per il mondo, spinte dalla loro curiosità e disobbedienza nei confronti della figura maschile.
Segue invece la donna-mare:
Un giorno ride, tutta allegra, sì che a vederla in casa uno l’ammira (“non c’è al mondo una donna più simpatica, non c’è donna migliore”). Un altro giorno non la sopporti neppure a vederla o ad andarle vicino: fa la pazza, e che s’accosta, guai! Pare la cagna coi cuccioli, implacabile: scoraggia nemici e amici alla stessa maniera. Com’è il mare che sta sovente calmo, nell’estate, e sovente in un fragore di cavalloni s’agita e s’infuria. Tale l’umore di una donna simile: anche il mare che carattere cangiante.
Sulla scia della donna cagna, citata qui come madre di cuccioli, questa tipologia femminile riprende lo stereotipo della donna incontrollabile e mutevole come il mare, opposta rispetto alla donna di terra legata e sottomessa all’uomo.
Troviamo poi la donna-asina:
Paziente alle botte. Costretta o strapazzata, il lavoro lo tollera. Sennò mangia, rincantucciata, accanto al fuoco; avanti notte, avanti giorno, mangia. Così come si prende per amante chiunque venga per fare l’amore.
Questa sesta tipologia femminile corrisponde allo stereotipo della donna sottomessa e remissiva, che lavora bene se viene picchiata e maltrattata. A detta dell’autore, è tanto vorace di cibo quanto di sesso, accettando qualsiasi cosa e qualsiasi uomo.
Poi c’è la donna-donnola:
Non ha nulla di bello o di piacevole, non ha nessuna grazia, nessun fascino. Ninfomane furiosa, sta con uno e finisce col dargli il voltastomaco. E rubacchia ai vicini, e spesso ingoia le offerte prima di sacrificarle.
Questa tipologia femminile corrisponde allo stereotipo della donna smaniosa di sesso pur non essendo bella. È anche una ladra che, di nuovo come la donna-asina, è vorace di offerte sacrificali oltre che di cibo e di sesso.
Segue la donna-cavalla:
Ed ecco, schiva i lavori servili e la fatica, la macina, lo straccio, l’immondizia e la cucina (teme la fuliggine). Anche all’amore si piega per obbligo. Si lava tutto il giorno la sporcizia, due, tre volte, si trucca, si profuma. Sempre pettinatissima la chioma fonda, fluente, ombreggiata di fiori. Una simile donna è uno spettacolo bello per gli altri: per lo sposo un guaio. A meno che non sia principe o re, che di simili cose si compiaccia.
Opposta alle ultime due donne, questa tipologia femminile corrisponde allo stereotipo della donna che non si occupa della casa né s’interessa del sesso, ma si cura solo del proprio corpo: ossessionata dalla bellezza e dall’igiene personale, è il contrario della donna-scrofa, che invece nemmeno si pulisce. In entrambi i casi, l’autore non augura agli uomini di avere nessuna delle due donne: questa, infatti, è solo bella da vedere e non da avere in sposa perché incanta gli uomini con il proprio fascino. In questa descrizione possiamo rivedere la figura odissiaca di Circe, considerata una maga per la sua bellezza, addescatrice di uomini, che poi trasforma in maiali.
Troviamo poi la donna-scimmia:
È questo il guaio più grave che da Dio fu dato agli uomini. Bruttezza oscena: va per la città una tal donna e fa ridere tutti. È senza collo, si muove a fatica, niente natiche, tutta rinsecchita. Povero chi l’abbraccia, un mostro simile. Ma la sa lunga, ha i modi della scimmia. La gente la deride? Se ne infischia. Certo, bene non fa: non mira ad altro né pensa ad altro tutta la giornata che a far del male, e a farne più che può.
Al contrario della donna-cavalla, questa tipologia femminile corrisponde allo stereotipo della donna brutta e quindi inutile per l’uomo e la società. Questa figura descritta come deforme e senza un minimo di grazia, ritenuta un’importante componente della personalità femminile, ci ricorda le donne di Fantozzi: la moglie Pina e la figlia Mariangela suscitano il riso agli altri che vedono un uomo costretto a stare con simili mostri. Questa donna non solo è brutta d’aspetto, dice l’autore, ma è pure cattiva nei modi: è irriverente, non gli importa degli altri e pensa solo a fare loro del male.
Sull’aspetto femminile, abbiamo un componimento scritto da una donna:
Un male sopportabile è la donna splendida d’affetto, perché la sua bellezza dà conforto; ma se oltre che donna, è anche brutta, ahimè che disgrazia! Ahi, che destino infame!
L’autrice di questo epigramma è Cassia (IX d.C.), donna di epoca bizantina, che ragiona in modo misogino: le donne stesse nell’antichità si consideravano un male necessario, sempre secondo la narrazione della Genesi nella Bibbia. La stessa Cassia, però, quando si presenta alla corte dell’imperatore Teofilo come sua pretendente sposa, alle parole dell’imperatore “Il male è venuto attraverso una donna”, lei risponde “Ma la donna è anche la fonte delle cose più alte”: la figura femminile, infatti, nell’epoca bizantina si può riscattare dalla sua infamia iniziata con Eva aspirando al modello di Maria, donna vergine e madre di Dio.
Infine c’è la donna-ape:
Fortunato chi se la prende. È immune da censure lei sola; è fonte di prosperità; invecchia col marito in un amore mutuo; è madre di figli illustri e belli. E si distingue fra tutte le donne, circonfusa di un fascino divino. Non le piace di stare con le amiche se l’argomento dei discorsi è il sesso. Fra le donne che Dio elargisce agli uomini ecco qui le più sagge, le migliori.
Quest’ultima tipologia femminile corrisponde allo stereotipo della donna perfetta per gli uomini: moglie fedele al marito, madre genitrice di una buona prole, pura e schiva di discorsi meschini delle donne: questo modello femminile, ancora di epoca pagana, rispecchia la figura di Maria, donna vergine e madre allo stesso tempo, che si cura solo della famiglia e di cose alte, immune al peccato.
Alla fine di questo catalogo, l’autore conclude la sua satira con un ultimo monito ai lettori: la donna è il male più grande che Zeus abbia creato (concetto ripreso nella religione ebraica) e resterà sempre a fianco degli uomini, per infastidirli e trovare loro sempre da ridire. La donna viene descritta come una rivale di guerra in casa, un costante problema che non rasserena la vita degli uomini: e anche se qualcuno biasima i vizi delle altre donne ed elogia i pregi della propria, alla fine il genere maschile è destinato ad essere tormentato da quello femminile, causa di tutti i mali sin dalla guerra di Troia.
Che dire, le donne potevano essere considerate in due modi: o figure tentatrici come Eva, Elena e Pandora oppure modelli di redenzione come Maria o Maria Maddalena.
Bibliografia
Giambo contro le donne, trad. F.M. Pontani.
Giambo contro le donne (testo greco e commento), Semonide di Amorgo.