Dicembre è quel momento dell’anno in cui si fanno i bilanci, le confessioni più segrete e i buoni propositi che rimangono nascosti tra strati di carta ed inchiostro, per essere riscoperti in un momento di blocco emotivo in piena estate.
L’ammissione di questo ultimo mese dell’anno è la mia paura nei confronti dei nuovi trends di Tik Tok che cerco di evitare come la peste, ma che nonostante tutto dopo poco tempo mi ritrovo nei consigliati di Instagram durante il mio, quasi saltuario, scrolling compulsivo.
La mia paura si amplifica ancora di più se vengo a conoscenza del fatto che di mezzo ci sia finita una canzone notoriamente non nata per farci i lip sync sui social media.
Questa volta a finire nella voragine vorticosa dei reels è toccato ad Emma Marrone con una sua canzone del 2013 intitolata “L’amore non mi basta”. Per fortuna, la riscoperta di questo brano, nella realtà mai caduto del tutto nell’oblio, non è avvenuta grazie a dei balletti o a reinterpretazioni strappalacrime per celebrare la fine di una relazione, bensì è opera degli ammiratori dell’antico giuoco del pallone.
Ed ecco, quindi, che molti di noi si sono ritrovati invasi da video nostalgici che celebrano alcuni giocatori che hanno fatto la storia della Serie A, e non solo; perché ben presto è arrivata anche una risposta iberica con un video su Fernando Torres, caricata dal sempre attento admin della pagina Instagram dell’Atletico Madrid.
Nonostante la mia paura, però, è toccato anche a me questo momento amarcord e ammetto che ho contribuito pure ad alimentarlo mettendo like ai video omaggio a Dybala ai tempi della Juve o ai dribbling più iconici delle stagioni 2017/18 e 2018/19, vale a dire di quando facevo le medie e mio padre mi obbligava a guardare le partite insieme.
Da questo momento nostalgico, però, la mia mente ha deciso di abbandonarsi ad un flusso di coscienza degno di un surrealista e si è chiesta quale possa essere “L’amore non mi basta” dell’arte. E, senza farlo apposta, la risposta è stata: Salvador Dalì, forse il più famoso esponente della corrente artistica appena citata.
Il Surrealismo, movimento artistico nato negli anni Venti del Novecento, in seguito alla riflessione scaturita dall’uscita de “L’interpretazione dei sogni” di Freud, ha come fulcro la dimensione e l’indagine dell’inconscio e del sogno che prima di allora non erano stati indagati nè dall’arte, nè avevano avuto un ruolo di primo ordine nella società.
L’arte di questo periodo è frutto, dunque, di un cosiddetto “automatismo psichico”: un abbandono totale all’inconscio, tralasciando ogni tipo di morale, di moda o di luogo comune.
Nel caso specifico di Dalì, però, questo automatismo viene rinforzato dal ricorso al metodo paranoico-critico, indagato nel suo volume: “Il mito tragico dell’Angelus di Millet”.
L’Angelus (1857-1859) di Jean-François Millet diviene una sorta di pretesto per analizzare i propri traumi e il proprio rapporto con la sessualità, non a caso il ricorso al metodo daliniano basato sull’associazione critica dei fenomeni deliranti ha come elemento centrale l’arte.
In un primo momento vi è la comparsa dell’elemento ossessivo che viene poi razionalizzato e che dà vita ad un impulso artistico.
Questa prima fase surrealista di Dalì è, senza ombra di dubbio, il mio “L’amore non mi basta” artistico. Nessun’altra personalità appartenente a questa corrente artistica ha saputo autoindagarsi come ha fatto lui. Tanto meno nessuna opera surrealista ha avuto la stessa carica destabilizzante de “La persistenza della memoria” che rappresenta la relatività della percezione temporale, carica quindi di significati scientifici e filosofici, e frutto di un processo creativo nato da una riflessione dell’artista sulla consistenza del camembert che aveva mangiato una sera a cena.
Questa sua attitudine provocatoria e, forse, di critica verso la morale borghese refrattaria nei confronti dell’indagine del sé è, a mio avviso, il suo più alto contributo prima che si adeguasse a ciò che la gente si aspettava da lui, andando a creare quindi un’arte all’insegna della spettacolarizzazione e spesso autoreferenziale.
Quest’ultimo dettaglio è, però, inseribile all’interno delle vicende legate alla sua infanzia. Salvador, infatti, non è solo il suo nome, ma è lo stesso del fratellino morto poco prima della sua nascita. Appena venuto al mondo, dunque, Dalì è chiamato a sostituirsi ad un’altra figura e al tempo stesso coesistere come persona a sé stante. Questo trauma lo segnerà per sempre e per conquistarsi l’attenzione nella vita di tutti i giorni, così come nel proprio lavoro, ricorse spesso al narcisismo più sfrenato condito da una buona dose di egoismo.
Questi aspetti lo posero in diretto conflitto in primis con André Breton, autore surrealista, che lo accusò di mercificare l’arte e che coniò il soprannome “Avida Dollars”, dall’anagramma del pittore. In seguito, la frattura fu sempre più irreparabile e portò l’espulsione di Dalì dal movimento surrealista. D’altronde quest’ultimo non si oppose mai all’avanzare delle forze di estrema destra nell’Europa degli anni Trenta del secolo scorso. Anzi, realizzò opere che ebbero come protagonista Hitler e venne accusato di favoreggiamento al nazismo. Con l’arrivo del secondo conflitto mondiale decise di trasferirsi negli Stati Uniti d’America, per fare ritorno in Catalogna nel 1951, ai tempi ancora sotto il regime franchista.
Ancora una volta, l’artista decise di non esprimersi anche se di fatto si sottomise al franchismo senza nessun tipo di resistenza.
Dalla rottura completa con il movimento che si fa risalire al 1939, Dalì prosegue ancora lungo un filone surrealista fino al suo ultimo cambiamento artistico attestabile attorno al 1945, caratterizzato da una forte influenza del motivo mistico-religioso.
Questo capitolo, che non è certo da dimenticare e che inizia dall’accusa di Breton di essere un sostenitore del nazismo, mi fa rimpiangere in un certo senso l’acume della prima fase daliniana e sottolinea quanto sia importante ricordare che ogni aspetto della nostra vita si traduca in un atto politico. Dunque, anche nel caso dell’arte e, oserei dire, a maggior ragione, bisogna ricordare anche quali scelte hanno preso gli artisti prima di porli sull’altare della gloria eterna solo in nome della loro bravura o lungimiranza.
