LE PAROLE SONO IMPORTANTI!!!

Percepitemi così, mentre lavoro a questo articolo. Scrivo sul mio Lenovo, appoggiato sulle ginocchia, mentre il termoconvettore emette un brusio metallico e ostinato nella casa dei miei genitori a Crotone. Sul comodino, accanto al letto, due pile di libri: quelli che devo studiare e quelli che leggo per sottrazione e piacere. Giocherello con gli occhiali mentre cerco i termini più appropriati, come se scegliere una parola invece di un’altra fosse un gesto minimo; no e poi no! È già una presa di posizione. È già una forma di rispetto. Quello che si deve almeno nei confronti delle parole.

 

Continuo a scrivere. In testa ho solo il frame di Michele Apicella in Palombella Rossa. L’urlo fa ridere perché è eccessivo e perché la reazione è del tutto sproporzionata. Ma il punto è proprio quello: Moretti non urla perché è un purista della grammatica, urla perché se maltratti le parole per troppo tempo, l’unica cosa che ti resta è alzare la voce. È il momento in cui il linguaggio smette di funzionare come dovrebbe e qualcuno se ne accorge troppo tardi.

 

Alziamola, allora, questa voce a favore delle parole. La verità è brutale: non c’è un pensiero “puro” che poi viene vestito elegantemente dalle parole. Il pensiero è la parola. Heidegger diceva che si pensa solo fino al punto in cui arrivano le parole che si possiedono, il resto è una sensazione informe che non può trovare applicazione. E se la materia prima cui attingere è povera, il pensiero resta corto. Ecco che quando diciamo “non so come dirlo”, spesso intendiamo “non so ancora cosa sto pensando”. E non è un limite individuale, è un limite strutturale. Dove manca la parola, il pensiero non si espande, si arresta o si trasforma in reazione.

 

I Greci chiamavano l’uomo ζῷον λόγον ἔχον. L’animale che ha il linguaggio, non l’animale che comunica. Parafraso la massima: senza linguaggio sei un povero animale che reagisce agli stimoli. Non vivi, rispondi e basta, al pari di un automa biologico.

Scegliere una parola significa escluderne altre: questa procedura non è solo cambiamento di stile, ma modificazione della realtà. Ogni sostituzione sposta il peso delle cose, ridisegna le responsabilità, orienta lo sguardo. Il punto della riflessione non è fare i feticisti dell’Accademia della Crusca o i poliziotti della sintassi. Non si tratta di parlare “bene”, in modo forbito e corretto per il gusto estetico di una frase equilibrata. Tutto sta nell’avere cura della selezione. Avrei potuto usare cento sinonimi diversi e poi ancora mille, ma ho deciso di schierarmi. Trattare le parole come se fossero tutte intercambiabili, come se “mancanza” fosse uguale a “difetto”, o “tristezza” uguale a “depressione”; non è economia linguistica. Significa rinunciare alla complessità per pigrizia, accettare che la nostra realtà sia risolta con un filtro standard uguale per tutti.

 

“Amore”, “libertà”, “identità”: le usiamo come interruttori, le schiacciamo finché non si rompono. Abbiamo stirato queste parole fino a renderle trasparenti, quando tutto è “amore”, niente lo è davvero.

Moretti in Palombella Rossa stava agitando un’epifania violenta proprio su questo. Urlava perché sentiva il dolore fisico della deformazione semantica, come se l’abuso del linguaggio fosse abuso anche della persona. Se io dico una cosa e tu ne capisci un’altra perché la parola che ho usato è diventata un guscio vuoto, la società finisce. Quindi, mentre il Lenovo continua a scaldarmi le ginocchia e il ronzio del termoconvettore sembra l’unico mantra possibile in questo pomeriggio nella sperduta Crotone, capisco che non c’è più spazio per le timidezze. Scrivere è mio diritto e privilegio, se riesco a trasporre in forma scritta ciò che penso sono fortunata, perché senza le parole sarei nulla.

Beatrice Arcuri
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