PASOLINI, UN VIAGGIO VERSO CASA

Pasolini mi ha fatto trovare delle radici quando non sapevo nemmeno dove fosse la mia casa. Pierpaolo Pasolini è stato, ancora prima che un autore, un uomo che ha scelto la sua Casa, l’ha custodita nella memoria e per la memoria altrui ne ha scritto, così da poterci tornare insieme e coltivare sia le primule che i temporali.

Pasolini ha fatto suo un piccolo paesino, che forse oggi potremmo anche chiamare città, si è impossessato di un luogo rendendo materiale vivo un ricordo, trasformando il sale e la terra dove germogliarono i suoi antenati in un appartamento personale dove immaginare il futuro. Pasolini ha preso Casarsa, la sua patria scelta, e da terra dei padri l’ha resa terra delle Madri, e, attraverso questa conversione, l’ha resa una Terra che fa nascere, dona la vita e a lei sarai sempre debitore. Non sono solo i ricordi a trasformarsi in Casa, ma è la sua idea a materializzarsi, accogliendoti a braccia aperte anche quando non presenta mura di laterizio. In questo senso, abitare una Casa è un movimento, è rispecchiarsi in essa, così che tutte quelle case, strade e paesaggi (reali o dell’anima) che non sono quei campi specifici, quel sole specifico e quelle montagne specifiche, possano farci sentire a Casa, come se Casa fosse un sorriso (a volte stretto tra i denti, altre nascosto sotto i baffi) che in un modo o nell’altro accoglie chi arriva.

Costruire la propria Casa significa costruirne le fondamenta, e Pasolini lo fa attraverso la lingua, e non soltanto fondando l’Academiuta di Lengua Furlana, ma soprattutto dandogli rilievo, elevandola a lingua della Poesia perché in fin dei conti di Casa si può parlare solo nel modo in cui essa stessa parla a noi. Pasolini da dignità alle parole dei contadini, delle massaie, dei primi operai, degli esclusi dalle aule scolastiche; lo fa in un momento in cui l’italiano si erge a pilastro delle trasmissioni televisive (quelle stesse trasmissioni che tanto ripugnava, ma a cui comunque partecipava). Pasolini sfida l’erudizione del vocabolario borghese con una dignità intellettuale aristocratica e un apparente anticonformismo, plasmando un’opposizione che non nasce solo da una fedeltà spontanea alle classi popolari. Questa scelta può essere interpretata come una decisione ostinata, quasi un vezzo di chi decide di stare sempre dalla parte opposta rispetto al flusso dominante delle idee e delle mode, ma è una scelta che può essere interpreta anche come costruzione di una distanza critica. Si può guardare, infatti, questo margine mutevole come uno spazio misurato sino al millimetro, abbastanza compresso da permettergli di essere immerso nel circolo degli intellettuali impegnati, abbastanza ampio da fuggirne e criticarlo aspramente. Il suo anticonformismo, infatti, è paradossalmente una forma di engagement, un modo di rivendicare autonomia pur permanendo all’interno dello stesso sistema culturale che critica. Chissà cosa penserebbe oggi, vedendo che quel suo sforzo intellettuale aristocraticamente anticonformista sopravvive solo nei cartelli che dividono un paese dall’altro, che segnano i confini tra specifiche province, scritti in calce in una lingua troppo complessa e poco armoniosa, ricca di consonanti aspre come la terra da cui nasce.

Pasolini, nato a Bologna, con un’infanzia passata tra i più variegati paesi e paesaggi del Friuli-Venezia Giulia, ha trovato spazio per la sua arte solo a Roma, realizzando prematuramente che i legami non si rompono laddove si rompono le radici. Una consapevolezza nata quando uno dei rami a cui si aggrappava, suo fratello Guidalberto, su quella stessa terra che chiama Casa muore partigiano in Carnia. In quel momento le montagne che hanno accolto le sue parole, e prima ancora hanno aperto le braccia per lasciarsi esplorare, divennero respingenti, da donatrici di vita a donatrici di morte, rendendo però Casa anche raccolto di Storie che sono molto di più che un puntino su una linea del tempo.

Pasolini offre una risposta a tutti coloro che cercano di definirsi in un’immagine che li rincuori, quando i pensieri si disperdono tra i problemi e le difficoltà. A volte però quella risposta non arriva, e la domanda resta: dove è la tua casa? A chi appartieni? Si possono comunque tracciare dei fili a cui aggrapparsi quando spiegare che dove si è nati non dice nulla di quello che si è? Si può essere un luogo? Come fare quando stringiamo dei compromessi come lacci di scarpe con i palazzi in cui ci specchiamo senza vedere il nostro riflesso? Possiamo ancora definirci parte di una Casa quando le energie per conoscere chi ci ospita non le abbiamo, e il tempo ci sfugge e le reti sociali in cui siamo invischiati ci offrono solo informazioni ridondanti? Una casa è fatta di quattro mura sì, ma a volte bastano solo due braccia in cui perdersi rimanendovi invischiati per essere una Casa. A volte bastano delle domande per renderci conto che non stiamo più guardando le nostre scarpe, ma un punto in alto tra le nuvole, lasciando che i passi si dispieghino da soli tra i luoghi che ormai loro conoscono a memoria. Lasciare Casa a volte è difficile ma nessuno ci dice quanto sia altrettanto doloroso crearne una nuova ergendo fondamenta su una terra che non abbiamo mai visto prima. A volte le risposte a tutte queste domande non ci servono nemmeno, eppure le continuiamo a cercare perché cercandole creiamo una strada tutta nostra, che prima non esisteva, ma che siamo riusciti a tracciare, a riempirla di occhi sorridenti, ad asfaltarla, scansando le biciclette e aspettando tram che a volte non passano mai. È la strada che collega una Casa all’altra, quando una è solo pensiero e l’altra solo materia. È la strada che ci permette di essere pendolari tra i mondi che abbiamo creato, quella che ora sappiamo percorre anche ad occhi chiusi, ma su cui prima brancolavamo nel buio.

Pasolini forse è stato il primo a rendere visibile quella strada. Forse lo penso solo perché la sua strada passa vicino alla mia, e mi chiedo chissà cosa penserebbe ora che la sua Casa è sinonimo del suo stesso nome, ora che ogni angolo di Casarsa trasuda il suo nome, ora che Pierpaolo Pasolini non c’è solo con le sue spoglie ma con la sua memoria. Chissà cosa penserebbe ora che la sua Casa è un museo, in cui forse lo si idolatra fin troppo. Chissà cosa penserebbe ora di Casarsa, un luogo che ha casa nel suo stesso nome, ma che lo ha cacciato per così tanti anni, e forse si è accorta di lui troppo tardi, quando a lui è ritornata durante un funerale ricordato soprattutto per i divi che trascinavano il loro dolore su quella terra così lontana da altre forme di civiltà. Forse Casarsa sapeva già di essere Casa, ma i suoi cittadini no.

Pasolini può essere letto, discusso, odiato amato respinto accolto sgualcito. Ma credo che due cose le sappia fare indubbiamente, riempirci di forse e porci domande il cui punto interrogativo è spesso lanciato molto più in là di quello che si può vedere sulla carta. E nel fare questo PPP ci dice che tanto le parole quanto le risposte arriveranno col tempo. Ce lo mostra attraverso le sue opere, che non si comprendono fino in fondo né da sole né con uno sguardo d’insieme, perché cambiano forma e mezzo, a volte su uno schermo, a volte attraverso il colore, a volte attraverso la violenza di voci inascoltate. Eppure, in ognuna di esse si trova una memoria individuale che è anche collettiva. Pasolini attraverso tutto ciò che ha fatto in vita e in morte si fonde in un’unica Casa dove ognuno può decidere come quando, dove e da dove parlare, un luogo in cui, come in un gioco, ognuno può decidere chi far entrare oggi, domani, dopodomani…

Giorgia Maggio
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