L’idea che il sesso nella letteratura italiana sia passato, quasi senza preavviso, dal sussurro del confessionale ad anatomia clinica del desiderio non è solo una nota a piè di pagina della storia novecentesca, ma rappresenta una vera e propria mutazione genetica del nostro modo di stare al mondo. C’è stato un momento in cui l’atto sessuale ha smesso di essere una colpa tra i rimorsi della borghesia e i tabù della provincia, per trasformarsi in uno strumento di conoscenza spietato. È un passaggio di statuto fondamentale: il sesso non è più un contenuto scandaloso da inserire nella trama di un romanzo, ma diventa una sorta di metodo, un dispositivo epistemologico attraverso cui interrogare la consistenza del reale, proprio mentre quest’ultimo cominciava a perdere spessore sotto i colpi del boom economico e della società dei consumi.
A cavallo tra gli anni ’60 e i primi ’70, assistiamo, dunque, al crollo definitivo del mito dell’Autore Universale. Quel monumento ottocentesco di certezze si incrina, lasciando spazio a soggettività frammentate che non cercano più l’amore platonico o la comunione spirituale. I personaggi di questa nuova schiera di romanzi sono mossi da una bramosia diversa, molto più materica ed esplicita, che li spinge a chiedersi, con una sorta di disperazione scientifica: cosa succede davvero quando tocchi qualcosa?
Alberto Moravia è stato senza dubbio il primo a formalizzare questo scacco con grande lucidità intellettuale. Già in Agostino, il sesso non veniva presentato come un’iniziazione solare o un rito di passaggio armonico verso l’età adulta, quanto piuttosto come un trauma cognitivo. Il desiderio appariva immediatamente come qualcosa di già sociale, già inscritto in rapporti di forza precostituiti e contaminato da una dimensione materna che smetteva di essere neutra per caricarsi di ambiguità insostenibili. In quella Versilia che faceva da sfondo, non esisteva un “prima” innocente da recuperare, ma solo una consapevolezza che pioveva addosso al protagonista tutta insieme, senza lasciargli il tempo di elaborarla.
Il passo diventa però radicale con La Noia. Qui Moravia compie un’operazione di svuotamento totale: il sesso perde ogni residuo simbolico, ogni velleità romantica, per ridursi a un gesto ripetuto, quasi burocratico. Dino non insegue Cecilia per passione, ma per una sorta di urgenza conoscitiva deviata. Egli spera, con accanimento sperimentale, che il contatto fisico possa garantire quell’esistenza dell’altro che il linguaggio e la percezione non riescono più a stabilizzare. Il risultato di questo corpo a corpo è, paradossalmente, una stanchezza cognitiva: il sesso non avvicina, amplifica a dismisura la distanza. La carne moraviana diventa il luogo in cui si misura l’insufficienza del reale, la prova “provata” che il possesso è solo un’illusione ottica.
Se Moravia registra l’impossibilità del contatto come un fatto esistenziale, Pier Paolo Pasolini, invece, sposta il vuoto su un piano ferocemente politico e linguistico. Per Pasolini, quella distanza non è un accidente del destino, ma un prodotto organizzato da un sistema che ha imparato a incorporare il desiderio per neutralizzarlo. In Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’erotismo viene completamente prosciugato e trasformato in una sequenza di pratiche regolamentate in modo ferreo. In questo scenario la trasgressione scompare, perché il limite è stato già assorbito e digerito dal potere stesso. Il sesso a Salò funziona alla perfezione, come un ingranaggio ben oliato, ed è proprio questa sua impeccabile funzionalità a renderlo intollerabile, poiché coincide con la sua totale perdita di senso umano.
La mossa più disturbante di Pasolini rimane quella di aver mostrato la normalizzazione dell’eccesso. Il “nuovo fascismo” dei consumi non ha più bisogno di proibire o di oscurare; al contrario, ha imparato a integrare ogni deviazione, a rendere ogni gesto leggibile, utilizzabile e, in ultima analisi, innocuo per l’ordine costituito. In un mondo dove tutto è esposto, un desiderio che non sia già codificato o trasformato in merce diventa quasi impossibile da immaginare, se non attraverso gesti estremi e “inutili”.
In Porcile, ad esempio, la provocazione di Julian assume i tratti di un esperimento limite. Il suo rapporto con i maiali non va letto come uno scandalo pruriginoso in senso tradizionale, quanto come il tentativo disperato di sottrarsi a un sistema che ha già previsto e catalogato ogni forma di ribellione. E una diserzione che non può essere trasformata in modello, un gesto senza eredità che segnala come lo spazio delle possibilità autentiche si sia ormai chiuso definitivamente.
Con Teorema, infine, il discorso di Pasolini approda a una dimensione ontologica. L’Ospite che irrompe nella villa borghese non è un seduttore né un personaggio psicologico, ma una funzione che attraversa la struttura familiare per esporla a qualcosa che eccede completamente le sue categorie di comprensione. Gli incontri sessuali che egli consuma con ogni membro della famiglia non producono piacere nel senso usuale del termine, ma una rivelazione negativa. Quando l’Ospite svanisce, non resta una nuova consapevolezza, ma la pura disgregazione: il padre si riduce a una nudità primordiale nella stazione di Milano, spogliandosi di ogni identità sociale, la madre si rifugia in una ripetizione compulsiva del gesto erotico che svuota ulteriormente il desiderio e la serva accede a una forma di santità muta, l’unica capace di reggere l’urto col sacro.
Rileggere oggi le pagine di Moravia e Pasolini non colpisce tanto per il livello di scandalo, che l’occhio contemporaneo, assuefatto a ogni tipo di esibizione, percepisce ormai come attenuato, quanto per la radicalità della domanda che le sottende. Il sesso veniva usato come l’ultima possibilità di verifica, l’unico reagente capace di testare se esistesse ancora qualcosa di solido, in grado di resistere alla trasformazione del mondo in pura superficie pubblicitaria.
La distanza netta rispetto al nostro presente non risiede nel fatto che oggi “vediamo di più” o con più libertà. Al contrario, la tragedia attuale è che ciò che vediamo è già perfettamente noto. Il sesso satura ogni spazio della comunicazione e ha smesso di funzionare come una domanda aperta. Abbiamo perso quell’opacità che rendeva il desiderio un terreno instabile e, di conseguenza, fecondo per la conoscenza. Senza quella resistenza, la carne continua a moltiplicarsi e a esibirsi, ma smette di produrre verità. Diventa, con un’ironia che Moravia e Pasolini avrebbero trovato probabilmente atroce, solo l’ennesimo modo per confermare che, in fondo, non c’è più nulla da scoprire oltre la superficie.

