Hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae. Questo è ciò che si legge all’ingresso di molte sale anatomiche, come elegante compendio del principio che ha ispirato e tuttora ispira la donazione del corpo alla scienza (o di organi) e la stessa legislazione che la regola. In altre parole, si tratta della convinzione che sia possibile quantomeno in parte, simbolicamente, riscattarsi dalla nullità della morte donando sé o parte di sé nella speranza che questo possa giovare ad altri, una promessa di vita per riscattarsi dall’oblio. Ma in effetti, cos’è che ci preoccupa di una morte che per sua natura non possiamo avvertire (escludendo credenze religiose o di altro genere)? Cosa, di ciò che non ci riguarderà più, temiamo di non poter controllare? E cosa genera dunque opposizione all’eventualità che si disponga liberamente del nostro corpo, al di là del nostro volere e della nostra possibilità di esprimerci a riguardo? Abbiamo paura che si perda di noi cosa che non sia già cessato nell’attimo stesso in cui ha cessato di battere il cuore? Invito i miei lettori a non fraintendere, ad abbandonare l’idea che io stia esprimendo un’opinione personale che non tiene sufficientemente in considerazione l’umanità profonda dell’evento per essere condivisibile e a ragionare in termini concreti con me per un momento: cosa distingue una salma da un oggetto inanimato? Cosa le attribuisce significato e valore? Non il respiro, non il movimento, non i sentimenti, non la voce. Sono, dunque, i legami che restano oltre la soglia della vita, garantiti dalla nostra capacità di attribuire un valore simbolico a ciò che viviamo e che vediamo; il simbolo assume tuttavia per noi un’importanza così concreta da condizionare le nostre azioni più ancora che i nostri limiti fisici. Così, genera la possibile opposizione all’idea della donazione del corpo alla scienza la dignità della persona un tempo viva che simbolicamente ancora associamo al suo viso, pur disteso in un sonno eterno.
Sono, tuttavia, proprio il principio di solidarietà oltre la morte cui ho fatto riferimento in apertura e la tendenza comune a porre la salute e l’utilità collettiva al di sopra di quella individuale le fondamenta della regolamentazione della donazione (non solo del corpo ma anche di organi e tessuti) in Italia, quantomeno fino al parziale cambio di direzione del 2020. Questo tipo di esigenza “filantropica”, del resto, non si è posta solo in tempi recenti, così come l’esigenza parallela del mondo medico e della ricerca di disporre di campioni umani su cui formarsi, studiare, sviluppare nuove tecniche e, naturalmente, per curare, poiché anche nell’epoca della digitalizzazione e dell’artificiale, del sintetico che riduce l’esigenza del fisiologico anche in ambito di cura, non ogni elemento è sostituibile e la formazione di un nuovo medico o chirurgo sul campo è un requisito irrinunciabile. Ironicamente, mentre attualmente in Italia è estremamente complesso reperire e disporre di cadaveri per la dissezione a scopo didattico o di ricerca, si tratta di un’esigenza emersa storicamente con decisione prima in Italia che altrove, tanto che proprio a Padova, nel 1594, è stato costruito il primo teatro anatomico stabile (prima venivano allestiti temporaneamente in contesti variabili, perfino nelle stesse case dei docenti). In assenza di una legislazione ufficiale, quando non erano sufficienti i cadaveri messi spontaneamente a disposizione da professori, medici o studenti illuminati o, più comunemente, le salme di condannati a morte (rigorosamente non cittadini della Serenissima, nel caso di Padova), si ricorreva non infrequentemente al furto di cadaveri o alla loro sottrazione forzata a famiglie povere in cambio di compenso. Specialmente nel caso della libera disposizione dei cadaveri di giustiziati, il nucleo della riflessione bioetica implicita è lo stesso menzionato sopra: il bene collettivo prevale sul rispetto dell’individualità di colui o colei che ha leso quello stesso bene comune. La successiva testimonianza di intervento istituzionale in materia è il Decreto Regio del 1933: “i cadaveri […] il cui trasporto non sia fatto a spese dei congiunti compresi nel gruppo familiare fino al sesto grado o da confraternite o sodalizi che possano avere assunto impegno per trasporti funebri degli associati e quelli provenienti dagli accertamenti medico-legali (esclusi i suicidi) che non siano richiesti da congiunti compresi nel detto gruppo familiare, sono riservati all’insegnamento ed alle indagini scientifiche”. Ancora una volta prevale l’ottica collettivistica sul rispetto della dignità del corpo morto, esclusivamente basata (la dignità), secondo questa concezione, su legami affettivi e familiari e non sull’individualità del defunto che si ritiene cessata con la vita.
Al di là delle considerazioni bioetiche, l’assenza di una regolamentazione dettagliata pone una serie di problemi anche legali e pratici nell’attuazione effettiva della donazione, tra cui lo spostamento e l’adeguata conservazione delle spoglie presso centri competenti, i criteri di assegnazione a tali centri, le modalità e i tempi dell’eventuale restituzione della salma o la difficoltà, in caso appunto di procedimenti legali, da parte di un giurista di dimostrare il consenso del deceduto sulla sola base della mancata espressione del dissenso. Tutto ciò ha senza dubbio ulteriormente scoraggiato, nel tempo, l’adesione a un’iniziativa già da molti contemplata con perplessità e poco conosciuta, limitata finora quasi esclusivamente a organizzazioni autonome di alcuni centri universitari (tra cui quello torinese). Da questo genere di riflessioni, formalizzate nel 2013 dal CNB (Comitato Nazionale per la Bioetica) nel parere “Donazione del corpo post mortem a fini di studio e di ricerca”, nasce la Legge n. 10 del 10 febbraio 2020, in cui si sostituisce al criterio del silenzio-assenso quello del consenso informato alla donazione e in cui il principio della collettività oltre la dignità individuale viene parzialmente mitigato: attualmente, il consenso alla donazione del proprio corpo alla scienza si esprime assieme alle altre comuni disposizioni sulla propria salma nel cosiddetto “testamento biologico” secondo le modalità tradizionali, ossia tramite atto pubblico, scrittura privata o atto notarile, indicando contestualmente un fiduciario preposto a far rispettare le volontà del defunto e con possibilità di revoca in qualsiasi momento. In seguito all’accertamento del decesso secondo tempi e modalità previste dalla legge, la salma viene trasportata presso il centro universitario o di ricerca indicato nelle disposizioni e dovrà essere restituito alla famiglia entro 12 mesi. Esiste, allo scopo di ridurre ulteriormente lo scetticismo nei confronti di tale scelta, la possibilità, in linea con le riflessioni proposte inizialmente sul valore simbolico ed affettivo di un volto, ad esempio, di concedere di agire solo su alcune parti del corpo, escludendone altre.
Esistono, tuttavia, diverse altre possibilità di donazione, non solo post mortem, forse più note ma non necessariamente a sufficienza, sia a livello di requisiti burocratici che di invasività dal punto di vista medico, da incoraggiare un numero significativo di persone ad aderire. Vi propongo, dunque, dopo questa introduzione (forse macabra o forse in verità un inno alla vita assai più concreto di altri), un breve resoconto delle opportunità che vi si presentano.
Donazione di organi
Dopo la morte. Dopo la morte si possono donare, tra gli organi, cuore, polmoni, reni, fegato, pancreas e intestino; tra i tessuti, pelle, ossa, tendini, cartilagini, cornee, valvole cardiache e vasi sanguigni. È invece vietata per legge la donazione del cervello e delle gonadi (testicoli e ovaie). La donazione può avvenire soltanto in seguito a debito accertamento di morte cerebrale o per arresto cardiaco. Le modalità per formalizzare il consenso (solo per i maggiorenni) sono diverse: compilazione del modulo dell’AIDO (Associazione Italiana per la Donazione di Organi) al momento del rinnovo o rilascio della carta d’identità presso il comune di residenza o presso l’ASL di riferimento, o in alternativa firma di un foglio datato in cui si esprime chiaramente il proprio consenso alla donazione di organi post mortem da portare sempre con sé e che avrà valore di atto ufficiale dopo il decesso. In assenza di indicazioni esplicite, al momento della morte la decisione è rimessa al coniuge o ai familiari o, in caso di minori, spetta ai soli genitori.
In vita. In Italia è possibile donare un rene o una porzione di fegato, polmone, pancreas e intestino. Si tratta, soprattutto per le ultime tre, di procedure chirurgiche piuttosto delicate e nella quasi totalità dei casi effettuate esclusivamente tra parenti o individui legati da vincoli affettivi molto stretti, previo colloquio con l’interessato ed effettuazione di numerosi accertamenti medici per verificare la compatibilità e la fattibilità dell’operazione, svolta in contemporanea su donatore e ricevente. Esistono, a seconda del tipo di donazione, anche limiti variabili d’età e viene accertata l’assenza di coercizione del donatore o di scopo di lucro nella scelta, puniti entrambi legalmente. Ancora una volta, è possibile revocare il consenso in qualsiasi momento e senza conseguenze personali di alcun tipo.
Donazione di cellule staminali
Tra i 18 e 35 anni e se in buona salute, è possibile iscriversi al Registro Nazionale Donatori Midollo Osseo (per l’iscrizione: https://www.donatoriadmo.org/it/iscrizione.html?view=iscrizione) per donare, in caso di compatibilità con un paziente (circa 1/100000 manifestano questo tipo di compatibilità), le proprie cellule staminali ematopoietiche, ossia le cellule del midollo osseo che ancora in età adulta sono in grado di dividersi e differenziarsi per rigenerare varie componenti del sangue. La donazione, i controlli precedenti e il follow-up sono del tutto gratuiti. Nei giorni precedenti la donazione, la produzione di cellule staminali viene stimolata tramite punture di cosiddetti fattori di crescita, con poche e lievi possibili conseguenze come febbre leggera e affaticamento o dolori articolari contrastabili con normali antidolorifici. Le cellule staminali possono essere prelevate dal sangue periferico (degli arti) o direttamente dal midollo delle creste iliache (ossa del bacino). Nel primo caso l’operazione è poco dissimile da un normale prelievo di sangue, eccetto per la durata (3-4 ore): il procedimento è chiamato aferesi e prevede di prelevare il sangue da un braccio e di re-infonderlo nell’altro braccio dopo il passaggio in un separatore cellulare che tramite centrifugazione è in grado di isolare la componente cellulare. Il volume di sangue del paziente prima e dopo l’operazione rimane dunque invariato. Quest’ultimo è il metodo più comune e meno invasivo. La possibilità di prelevare le cellule staminali dal sangue periferico è strettamente legata all’eccesso di tale componente, dovuto all’apposita stimolazione nei giorni precedenti (di cui sopra), eccesso che determina la fuoriuscita delle cellule ematopoietiche dal loro sito fisiologico nel midollo delle ossa. Se, dunque, per varie ragioni, l’effetto del fattore di crescita è stato insufficiente o nullo, si ricorre al prelievo direttamente dal midollo delle creste iliache tramite punture attraverso l’osso che richiedono dunque l’anestesia totale o epidurale. Il procedimento ha una durata totale di circa 30-45 minuti, senza alcuna conseguenza per il paziente se non lieve dolore nelle zone interessate che scompare nell’arco di pochi giorni. Si prevedono in ogni caso due giorni di ospedalizzazione in seguito a questo tipo di donazione e successivi controlli, mentre il midollo prelevato si rigenera completamente in circa 7-10 giorni. Entrambe le operazioni, quindi, non comportano conseguenze durature di alcun genere e non sono in alcun modo pericolose per la salute. La donazione è possibile una sola volta nella vita, ripetibile una seconda solo nel caso in cui sia a favore di un familiare.
È inoltre possibile donare cellule staminali ematopoietiche attraverso il sangue del cordone ombelicale, raccolto dopo la sua recisione al momento del parto, senza alcuna implicazione né per la madre né per il figlio. Il vantaggio di utilizzare quest’ultimo tipo di cellule è la loro minore specializzazione che determina sia una maggiore probabilità di compatibilità col paziente che una minore probabilità di attacco immunitario da parte delle difese del ricevente al momento del trapianto.
Donazione di sangue
La più nota e più comune e anche quella che è possibile effettuare più frequentemente e più volte nel corso della vita. È possibile donare sangue intero o, grazie ai moderni separatori cellulari e ancora una volta tramite aferesi, solo piastrine, solo plasma, solo globuli rossi o una combinazione di coppie di queste componenti. La donazione si può effettuare continuamente presso i servizi trasfusionali ospedalieri oppure presso le sedi associative, spesso mobili, di AVIS o della Croce Rossa, ad esempio. È possibile donare, previ controlli medici per verificare l’idoneità, se si hanno tra i 18 e i 65 anni e si è in condizioni di buona salute, con la garanzia di permesso retribuito dal lavoro. Si può donare fino a quattro volte l’anno, due per le donne gravide, con periodi previsti di attesa variabili tra due donazioni consecutive a seconda della tipologia. Viene, in genere, prelevato circa mezzo litro di liquido; in meno di due giorni l’organismo recupera il volume plasmatico, mentre in poche settimane si ristabiliscono i livelli di globuli rossi. Per donare a Torino: https://www.avistorino.it/donazione/dove-e-come-donare.
La donazione è un modo gratuito e anonimo di contribuire concretamente alla salute collettiva, somma della salute e del benessere di singoli individui. Ciò che di più prezioso potete offrire alla causa, oltre, letteralmente, a parti di voi, sono pochi minuti del vostro tempo per un prelievo, una registrazione al portale o la compilazione di un modulo. I link che avete ignorato leggendo vi attendono nell’articolo. Che sarà un tap in più?

