Entrare in Collegio dà una diversa percezione della vita in comunità: non è come vivere in un appartamento insieme ad altre due o tre persone; si tratta di vivere insieme ad altre trenta persone solo sullo stesso piano e insieme ad altre cento nella stessa sezione. Circa una settimana dopo il mio ingresso in Collegio e pochi giorni dopo aver partecipato ad una festa di laurea, proprio quando stavo iniziando a familiarizzare con questa nuova situazione, è avvenuto l’assassinio di Giulia Cecchettin. La notizia mi è apparsa come un fulmine a ciel sereno; in quel momento non soltanto ho pensato: “Potevo essere io”, ma anche: “Poteva essere chiunque tra noi del Collegio”. Giulia era una ragazza che studiava all’università, migliaia di altre persone possono identificarsi in lei.
Cosa è successo nel frattempo? Altre ragazze sono state uccise sempre da coloro che erano i loro fidanzati e sempre perché essi non accettavano che fossero stati lasciati.
Ognuno elabora il lutto a modo proprio ed è ammirevole vedere così tante persone che partecipano ai funerali di queste ragazze e ad altri eventi organizzati in loro onore, ma occorre muoversi prima che questi eventi accadano. Serve un cambiamento radicale a livello politico, scolastico, sociale ed anche familiare.
È veramente avvilente dover sentire che “non ci sia stata crudeltà” nell’omicidio di Giulia Cecchettin quando ha subito 75 coltellate, oppure dire che Martina Carbonaro “era troppo piccola” per stare con il suo fidanzato. Bisogna smettere di colpevolizzare loro, perché l’unica azione che hanno compiuto è stata quella di interrompere una relazione. Punto.
Il problema sono i loro “fidanzati” che non l’hanno accettato e che hanno reagito di conseguenza, utilizzando la violenza come unico metodo a loro disposizione, anziché accettare la loro scelta. Perché allora non proviamo a guardare questo problema dal lato opposto, chiedendoci perché questi ragazzi sono stati violenti nei loro confronti? Probabilmente riusciremmo ad ottenere risposte più esaustive…
Comportamenti simili avvengono anche nei casi di molestie e abusi sessuali: perché ormai viene sempre chiesto alle ragazze come fossero vestite e viene detto loro che “se la sono cercata”?
Gli uomini, al contrario, vengono giustificati e spesso vengono addirittura considerati quasi come vittime, perché “sono stati tentati”. Ogni donna o ragazza ha il diritto di andare in giro con una gonna o con una canottiera senza sentirsi giudicata né tantomeno sbagliata. Perché sbagliata non è lei, ma sono tutti gli altri che la ritengono un gioco o una loro proprietà. Soprattutto, nessun genitore dovrebbe mai pensare che se le proprie figlie non rientrano a casa la sera allora sono state uccise da colui che si pensava fosse il loro fidanzato.
Ciò che è più ripugnante pensare è che i loro assassini prima o poi usciranno dal carcere e avranno l’occasione di finire l’università, di sposarsi, di lavorare, di rifarsi una vita. Le vite di Giulia, di Martina e di tutte le altre ragazze si sono fermate per sempre, in quei luoghi, dopo le torture subite: loro non potranno laurearsi, né trovare un lavoro. Quindi, prima di dire che “lei se l’è cercata” iniziamo a chiederci: “Perché lui l’ha fatto?”… scopriremmo così che il problema è più profondo, è un retaggio che la nostra società si porta dietro da secoli e che deve essere scardinato, senza alcun ripensamento. Perché è inaccettabile che nel 2025, in quella che viene reputata una società avanzata, una ragazza muoia perché il fidanzato non ha accettato di essere stato lasciato.