SOVRASTRUTTURE DI POTENZIALITA’, ESILIO E CAPRE

Di recente ho letto quanto scritto da Faraz Arif Ansari dopo la morte di Marjane Satrapi. Lì, in quelle righe, lui parla di una venerazione della guarigione contro cui invece Satrapi si è rivoltata. Di un andare avanti che non è possibile per chiunque. Di un sentirci esuli dalle persone che non riusciamo a smettere di portarci dentro, oltre che dai luoghi, o dai ricordi. E quanto è forte questa dimensione dell’esilio? Quanto è capace di dettare legge rispetto al nostro declinarci nel mondo in funzione di essa stessa? Quanta tridimensionalità ci imprime addosso e quanto le permettiamo di imprimerci addosso invece di prenderne le distanze?

In questi giorni ho portato avanti numerose riflessioni attorno al far accadere, all’algofobia di Byung-chul Han, ai confini. La riflessione attorno all’esilio sembra aggiungere un tassello a questo puzzle. Sembra quasi che certe volte avanziamo, poniamo un piede al di là di un limite perché a dialogare fra loro vediamo una finalità ma anche un insistente perché. La finalità può essere la dimostrazione che non è impossibile trovare un middle point tra due distanze apparentemente incolmabili. In fondo siamo al mondo mica per fare le erme e percorrere sempre le strade maggiormente illuminate. Dove sta il sale dell’esistenza altrimenti? E le capre del Cairo (ci sono capre al Cairo? Probabile) di cui discutiamo tra noi da mattina a sera non possono lasciare spazio anche per un incontro che ha il sapore di inaspettato? Che porta con sé il fremito dell’impossibile? Magari pure del vietato. Il perché può riguardare la sensazione di esilio, prima ancora della consapevolezza dell’esilio. Sentirsi esuli da persone che continuano ad avere un posto dentro di noi, cui riserviamo lo sguardo tenero di chi sa che le abbiamo colte nella loro spontaneità quando nessun altro era presente, di chi ricorda di aver sfiorato con vogliosa incredulità i tratti di quel viso, di chi si rammarica di averle solo potute immaginare nella loro quotidiana presenza senza guadagnarsi mai libero accesso alla sacralità dello spazio privato. Sentirsi esuli dal luogo cui la memoria continua a tornare, e rispetto a cui si conservano i profumi, i colori, i sudori, le ombre, le imperfezioni, le sensazioni di un passato che imperterrito affiora. Sentirsi esuli dal sé che fino a qualche anno fa non avrebbe smesso di arrovellarsi attorno al medesimo pensiero, alla stessa emozione, a quella reiterata nostalgia. Sentirsi esuli dal gusto di una trasgressione che non è mai stata portata a termine, ma che la si è immaginata così profondamente da essere divenuta un accaduto, da essere entrata a far parte della propria storia. Chissà poi che gusto ha la trasgressione. Forse di rotella alla tahina in Slovenia. O di halibut in Grecia. E poi, beh, sentirsi esuli da uno spazio-tempo che si è prefigurato per un determinato incontro, per un preciso scopo, per un dato evento, e che magari non ha mai realmente preso forma. Se non nella nostra sola mente.

Dove sta l’algofobia in tutto questo? C’è algofobia? Chi agisce in relazione al proprio esilio e in direzione del far accadere – soprattutto quando ciò implica varcare le linee di confine – ha una tale paura di soffrire da trovarsi ad esercitare l’evitamento delle situazioni? Oppure le situazioni le affronta a piè pari ed anzi le costruisce annettendole a quelle già presenti, andando incontro alla possibilità del dolore? Forse più la seconda. E forse ciò che la percezione di esilio ci lascia addosso è, prima di tutto, la sovrastruttura della potenzialità, la spinta verso un fare ed un essere che si scosta con forza e audacia da un già tracciato, da un inevitabile, la valutazione a tratti impulsiva e di sicuro parziale di un rischio che non scoraggia, e che anzi sprona. La ricerca di un carezzevole, sfrontato, inedito sé.

Bello esercitare la resistenza all’algofobia, o no?

Martina Bosi – questo articolo è stato anche pubblicato sulla mia pagina Substack, di cui vi lascio il link di seguito: https://substack.com/@martinabosi 

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