I.
Impastiamo la creta
coi polpastrelli scivolosi
Sugli orli di un vaso – unto e sudato
Da accaldata creatura di Giugno
L’ebbrezza visionaria
Ci è sfuggita di mano, lungo i pavimenti
tra i cocci che potevano essere (e ancora non sono stati)
Ma è stato come aprire i polmoni
E soffiare dentro alle voragini degli dei
Sfiorare una punta, un leggero solco
Delle dita pratiche, impegnate
Quasi rovesciate in un saluto inatteso
II.
Avevo sognato l’uva
E già mi immaginavo il vino
Quello profetizzato dai miei talloni, lo avevo letto nei libri
Che il vino e i talloni sono un fatto degno di nota
Avevo spalancato le braccia e richiamato
Le arcate dei gabbiani, le urla torride
Per infine accorgermi che c’era un porto
E nel porto tutto puzzava di pesce e di marcio
Il nylon delle reti si intrecciava nella terra riarsa
Avevo sciolto tutte le mie insonnie
Nel cotone secco delle mie lenzuola
E ascoltavo perché loro mi volevano parlare
Ma tutto si era spento nel silenzio
Un silenzio da sala d’attesa
III.
Impastiamo la creta e il cellophane si inizia a srotolare
Sembriamo una scatola di vecchi soldatini
Cimeli da collezione, tu – coi tuoi sorrisi velati di disperazione –
Io – con le mie sciocche pretese e le mie nausee –
Cristalli di inquietudine tra le ciglia folte e insolite
Altri oggetti tra gli oggetti
Altri relitti da collezione

