“VIVARIUM” – PARASSITISMO E SPAZI LIMINALI

Un vivarium è uno spazio che simula un ambiente naturale su piccola scala allo scopo di ospitare, per motivi di studio o accudimento, specie vegetali e/o animali. Non è difficile immaginarne uno: gli acquari sono molto diffusi all’interno delle abitazioni, così come i terrari, che di solito si limitano a ospitare piante tropicali protette da giare di vetro e tappi di sughero, parzialmente nascoste dalle goccioline di condensa che l’ecosistema in barattolo crea sulle sue superfici.

Questo tipo di oggetti esercita un fascino quasi cosmogonico. Possedere quello che è a tutti gli effetti un mondo, un altro mondo, in miniatura, e incastonarlo in un’esistenza che gli sarebbe aliena e ostile se non fosse protetto da barriere, dà al proprietario un potere demiurgico. Cambiare l’acqua ai pesci, in fondo, ne modifica lo spazio abitativo in maniera radicale e provvidenziale, così come annaffiare o potare una pianta ne influenza la crescita rigogliosa o meno. La vita dall’altro lato del vetro ci resta sconosciuta, ne siamo solo i taciti curatori.

Ma se ribaltassimo prospettiva? Se scoprissimo che il “nostro” mondo, con i suoi edifici, le sue strade e, soprattutto, le sue persone, non è che una boccia di vetro sul comodino di un’altra specie? Cosa faremmo se da un’ampia vasca di pesci arancioni venissimo prelevati proprio noi, insacchettati con la promessa di una nuova casa, perfetta in tutto (no davvero, perfetta fino al minimo dettaglio), e poi lasciati lì a stagnare, circondati da tutto ciò che abbiamo sempre detto di desiderare?

Vivarium, film del 2019 per la regia di Lorcan Finnegan, racconta nella maniera più semplice e lineare, e forse per questo angosciante, cosa significhi essere addomesticati, reclusi in habitat perfetti sulla carta e dotati di ogni comfort, ma prosciugati di ogni libertà. Come pesci rossi.

I protagonisti, una giovane coppia interpretata da Imogen Poots e Jesse Eisenberg, restano intrappolati in uno spazio liminale composto da infinite villette a schiera, ognuna uguale alle altre e disabitate in maniera identica, ad eccezione della loro. Sono arrivati al capolinea di quella che era la loro missione iniziale: cercare una casa per consolidare la loro vita insieme e formare una famiglia. L’agenzia immobiliare che gli ha procurato la visita è a prima vista rispettabile e dotata di personale estremamente educato, per quanto inquietante in maniera sottile; dopo averli guidati in un piccolo tour dell’immobile, l’agente stesso sparirà e la coppia scoprirà molto presto che non c’è modo di uscire dallo strano quartiere, in teoria perfetto, dove sono stati condotti.

Inizia così la nuova vita di Gemma e Tom, che dovranno adattarsi a vivere in una casa che non hanno scelto ma dotata di ogni comfort, accettando in maniera man mano più concreta che non c’è via d’uscita all’incubo residenziale in cui sono stati trascinati. È vero, hanno ottenuto esattamente ciò che hanno chiesto: una casa, persino una famiglia. Il cibo (e un figlio da allevare) gli arriva consegnato da entità invisibili. La casa è calda e accogliente. Il quartiere pulito e rispettabile, oltre che completamente vuoto. Il loro vivarium è stato allestito apposta per loro, per garantirgli una vita dignitosa e per permettergli di dare inizio alla famiglia che tanto desideravano.

Naturalmente, l’angoscia che traspare da questa curata semplicità è a dir poco soffocante. Gli esseri umani non sono animali dopotutto, vero? E se anche lo fossero, non farebbero mai qualcosa del genere a un’altra specie, giusto?

Il contesto spaziale in cui si svolge la pellicola, talmente surreale da sembrare dipinto da Magritte, dove le case sono uguali e ripetitive e le nuvole fanno paura perché sono solo “a forma di nuvole”, offre già di per sé molteplici spunti di riflessione. L’ambientazione è talmente bella nella sua terrificante sospensione onirica che viene voglia di perdervisi a camminare nel suo labirinto. Ma c’è dell’altro (occhio agli spoiler).

Gli agenti immobiliari, così compassati nelle loro divise ben stirate e con le righe dei capelli impomatati tracciati con il righello, si rivelano essere proprio la specie che imprigiona i nostri protagonisti. Si tratta di una specie che a scopo di sopravvivenza deve praticare il cosiddetto “parassitismo di covata”, una strategia riproduttiva che consiste nel deporre le proprie uova nel nido di un’altra specie, delegandole il dispendio di risorse ed energie necessarie alla riuscita dell’incubazione e dello svezzamento. D’altronde, la specie in questione pare essere composta da soli membri maschili (anche se allo spettatore non è dato sapere quanto essa sia espansa su scala globale) e la nascita stessa del pargolo affidato alla coppia resta di origine ignota. Ciò che è certo è solo che il bimbo debba crescere e prendere il suo posto come successore del carceriere dei suoi genitori affidatari. Inutile dire che, arrivati a questo punto, questi ultimi non sono più necessari.

La visione di Vivarium mi ha entusiasmata non solo per la sua semplicità visiva, con una scenografia che dimostra che gli horror posso ambientarsi anche sotto la luce del sole, ma anche e soprattutto perché non è un film che richiede a chi lo guarda grandi elucubrazioni interpretative. Il fenomeno che tratta è reale, esiste in natura, e conduce a finali amari per la specie che lo subisce. Ciò che Finnegan ha fatto è stato solo renderlo “umano”.

Ci dimentichiamo spesso che quella di “essere umani” è solo un’etichetta che ci siamo auto riconosciuti come specie, ma che ciò che siamo realmente è animali legati ai medesimi istinti di tutti gli altri: sopravvivenza, riproduzione, cura della prole. Talvolta, per questi scopi, si è disposti a ricorrere anche al parassitismo, una strategia in cui forse siamo imbattibili.

Ho letto molte ricezioni perplesse di questo film, tra chi non capiva che cosa avesse visto e chi ne criticava la cripticità. Per quanto i gusti restino soggettivi, credo anche che l’interpretazione che Vivarium vuole che gli sia affidata è proprio quella del parassitismo narrato in una chiave alternativa e orrorifica. È lo stesso regista, nei primi secondi di film, a mostrarci un cucciolo di cuculo (specie parassitaria di covata per antonomasia) che viene nutrito dalla sua mamma affidataria. È vero, non pretendo che tutti se ne intendano di parassiti, ma io ho avuto la fortuna di avere una madre che me ne parlava a ogni pasto.

Buon appetito e buona visione.

 

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